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Appunti di viaggio. Tra Marrakech ed Essaouira.

di Max Strata


Per un viaggiatore che arriva dall'Europa, osservare la vita dalla prospettiva del grande souk della medina di Marrakech, può essere un'esperienza sconvolgente. La gigantesca quantità di negozi e rivendite di ogni tipo che affollano il centro della città, ha ben pochi paragoni.

In generale, la qualità di quello che viene venduto è piuttosto alta, considerato che in gran parte dei casi si tratta di prodotti artigianali, talvolta fabbricati nelle stesse botteghe in cui poi vengono venduti. Colpiscono l'attenzione del visitatore gli elaborati oggetti in vetro o in metallo come ad esempio i lampadari, le lanterne e le teiere, ma anche gli arredi in legno pregiato, le coloratissime ceramiche, le stoffe multicolori, le babouche in pelle e le djellaba (le tradizionali tuniche berbere). Sui banchi e nei negozi, immancabile nelle più varie forge e dimensioni, si trovano le riproduzioni della Khamsa: "la mano di Miriam" nel culto ebraico, ovvero "la mano di Alo" o "mano di Fatima" in quello islamico: uno storico oggetto decorativo dai vari significati antropologico-religiosi, realizzato in pendenti, portachiavi o decorazioni per la casa, che avrebbe il potere di tenere lontano gli influssi negativi.

A meno che non si decida di addentrarsi nei meandri del mercato nelle prime ore della mattina, bisogna prepararsi a far parte di una massa indistinta che fluisce più o meno lentamente dentro le viscere di questa ampia zona, fatta di una miriade di stradine, anche a fondo chiuso, spesso collegate da coperture sui tetti a protezione della pioggia (scarsa) e del calore del sole.




Migliaia di persone affollano costantemente il grande souk, a sua volta suddiviso in porzioni e quartieri. Qui, compaiono turisti che incrociano i venditori, venditori che aspettano i fornitori che trasportano le loro merci in bici, in moto, su carretti trainati a mano oppure da asini, guide improvvisate che cercano di guadagnare qualcosa, gente che ascolta musica o che cucina, spremitori di arance e melograni, datterai, fruttivendoli, macellai. Gli abitanti sono solitamente cordiali e disponibili ad indicare come si raggiunge un luogo o come si esce dal dedalo di viuzze apparentemente tutte uguali ed è facile conversare. In Marocco e in specie a Marrakech, a seconda delle esigenze, si può parlare in arabo, berbero, francese o nel dialetto hassaniyya, ma in molti conoscono sufficientemente l'italiano, lo spagnolo e l'inglese.

Tra i gas di scarico degli onnipresenti scooter (le auto non accedono a questa zona), tra una visita alle arcaiche lavorazioni della pelle e le tintorie di tessuti, tra un ingresso in un fonduk medievale e un'occhiata agli arabeschi e alle scritture calligrafiche che appaiono all'improvviso sulla facciata di un edificio e sul muro di piccole moschee rigorosamente vietate ai non musulmani, il regno del mercato lascia stupefatti per la sua logica, per il suo caos ordinato da consuetudini e regole non scritte ma che tutti devono osservare. Se ne viene inevitabilmente assorbiti, con il rischio di cedere ad ogni tentazione e, alla fine di una giornata estenuante, ritrovarsi con il portafoglio vuoto per spese non troppo oculate. Il grande souk ha dunque bisogno di essere metabolizzato, digerito un poco alla volta per non esserne fagocitati.




Il soggiorno nell'antica città imperiale è davvero ricco di possibilità, con la visita ai palazzi e monumenti storici di El Bahia e El Badi, alle Tombe Sadiane, alla medersa Ben Youssef, ai musei e ai vari giardini in cui spiccano le fioriture invernali di rose. Per osservare la Marrakech popolare ci si deve però inoltrare nei dintorni della Kasbah e nella Mellah (ex quartiere ebraico), situati a sud del centro e nei quali compaiono edifici malmessi e scorci di dura povertà, un'umanità sofferente del tutto simile a quella della corte dei miracoli descritta da Victor Hugo, in cui c'è chi, avvolto dalla miseria, prova a vendere file di peperoncini, vasetti riciclati e scarpe sfondate.

Al centro della Medina domina la grande piazza Jamaa el Fna, fulcro dei traffici cittadini e in cui si commercia di tutto. Il luogo ha un fascino pervasivo e alla sera da il meglio di sè riempiendosi di musicisti, danzatori, decoratrici d'henné, saltimbanco che coinvolgono il visitatore. Illuminata da luci gialle e da centinaia di lanterne che i venditori esibiscono sotto gli sguardi ammaliati dei turisti, è senza dubbio un luogo di grande fascino.

Irrinunciabile, è assistere al tramonto sulla vasta spianata da una delle terrazze dei numerosi alberghi, bar e ristoranti che vi si affacciano (ad esempio il Cafè de France). Il momento migliore è quando il sole illumina dal basso il minareto della Koutoubia, la più importante moschea della città e il cui nome deriva dalla parola "kutub" che in berbero sembra indicasse il luogo dei venditori di libri sacri e degli scrivani che prestavano servizio agli analfabeti. Nei pressi del palazzo delle poste c'è l'hotel Alì, che ospita quello che viene considerato il miglior ufficio di cambio della città: il luogo è sempre affollato di occidentali, come i vicini negozi che vendono le imitazioni delle più famose marche sportive.







Se il leggero tè verde alla menta è sempre gradito, per mangiare c'è solo l'imbarazzo della scelta e ottime possibilità si trovano in tutte le strette vie del souk, nei pressi della piccola piazza delle olive e di quella delle spezie (assai tranquilla e riposante). Oltre allo street food c'è una quantità di piccoli ristoranti fusion o tipicamente marocchini, dove per chi non mangia carne e pesce, c'è sempre una buona offerta di piatti vegetariani e dove non mancano il tipico antipasto di olive e pane schiacciato, a volte corredato da lenticchie, le tajine di verdure, il cous cous, la pastilla, l'harira, gli ottimi yogurt o i fini biscotti alle mandorle e pistacchio.





Rientrando in uno dei numerosi riad, normalmente discreti e silenziosi e in cui l'accoglienza, le camere e la prima colazione, sono davvero piacevoli e di qualità, si possono incontrare i netturbini che scopa alla mano ripuliscono i rifiuti accumulati durante il giorno e che lavorano tutta la notte affinché il luogo sia presentabile il mattino dopo.








Quando si lascia l'intrigante, variopinta, chiassosa ed insistente medina, circondata da mura invalicabili, sulla trafficatissima strada che conduce all'aeroporto e poi verso l'oceano, la città mostra il suo volto nuovo fatto di quartieri residenziali del tutto simili a quelli di una qualsiasi periferia europea. Marrakech, grazie alla sua posizione centrale rispetto agli antichi traffici carovanieri e oggi centro commerciale densamente frequentato dal turismo internazionale, è cresciuta moltissimo negli ultimi trent'anni, raggiungendo un milione di abitanti.

Sulla nationale 8, dove con un taxi "familiare" a 7 posti si va in direzione di Essaouira, si trovano insediamenti di vario genere che riconducono il viaggiatore a considerare che si trova in Africa: siccità, polvere, animali in strada, sacchetti di plastica abbandonati ovunque. Alvei di torrenti asciutti, terreno sassoso e semi desertico, oliveti e piantagioni di eucalipti rinsecchiti, contraddistinguono questo lungo tratto di strada, fino a quando si incontra il gigantesco cementificio di stato e poi, oltre, sulla route 207, ecco arrivare le coltivazioni di argan. Qui è d'obbligo una sosta in una cooperativa locale che, potrebbe sorprendervi, ha prezzi di non molto inferiori a quelli praticati in Europa, sebbene si tratti di un prodotto unico e di grande qualità.

Lungo il percorso, per attirare i turisti, alcuni pastori hanno pensato bene di "insegnare" alle loro capre a restare ferme sui rami di questi alberi endemici della zona (Argania spinosa), con lo scopo di farle fotografare e guadagnare in questo modo qualche dirham.





Giunti ad Essaouira si entra in un'altra dimensione: l'antica Mogador, praticamente posizionata davanti alle isole Canarie e che secondo la tradizione fu fondata nel VII secolo a.c. dai cartaginesi, è una piccola città ancora perfettamente circondata dalle maestose mura fatte costruire nel XVIII secolo dai francesi. La ville atlantique, per vocazione aperta ai commerci con l'Europa e con la costa occidentale del continente, è stata iscritta dall'Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità e offre molto al visitatore. Innanzitutto l'atmosfera rilassata rispetto a quella di Marrakech, le passeggiate sui bastioni e nella kasbah con le sue botteghe artigiane, la splendida spiaggia con le alte dune che si estende per chilometri verso Agadir, la prospicente isola dove si trovano un'antica moschea, una prigione dismessa e una riserva naturale in cui nidifica il raro falco di Eleonora.

La spiaggia sabbiosa merita una visita a dorso di dromedario da cui si possono osservare le esibizioni della comunità internazionale di surfisti che da anni (in sostituzione di quella Hippy) ha preso dimora in città. Essaouira, versatile e tradizionale al tempo stesso, è stata infatti luogo di soggiorno di personaggi famosi, tra cui (si narra) Jimy Hendrix, del cui passaggio resta memoria nelle foto e nelle cartoline esposte nei negozi. Da vedere c'è anche la flottiglia peschereccia con i robusti scafi oceanici in legno colorato di blu, l'odoroso mercato del pesce, la chiesa tardo portoghese del 1700, il vecchio palazzo reale e la sinagoga risalente al 1800; testimonianza della importante componente ebraica della popolazione che, prima di migrare in Israele, ha contribuito alla ricchezza e alla fama del luogo. E perché non trascorrere un po' di tempo su uno dei tetti piatti dei riad che si raggiungono tramite strette scale e che offrono un'ariosa vista sulla città vecchia, mentre flotte di gabbiani si lasciano trasportare dal vento fresco dell'oceano?






Insomma, un posto davvero unico, in cui i gatti dal pelo corto e il muso sottile sono ovunque, in cui si mischiano le donne velate della tradizione islamica e le ragazze occidentali in canottiera, gli artisti di strada, i carrettieri indaffarati nel trasporto di valigie e sacchi di farina, dove si può godere di un hammam o lasciarsi suggestionare dal canto del muezzin che annuncia la chiamata ai fedeli per la preghiera in moschea.

Una volta rientrati a Marrakech non può mancare un tè nel deserto dell'Agafay.

Distante circa 40 chilometri, incorniciato tra i rilievi dell'Atlante, è facilmente raggiungibile e di notevole bellezza: specialmente al tramonto. Le ampie colline di pietra che lo contraddistinguono, hanno colori cangianti che al calare del sole vanno dall'ocra, all'arancione, al rosa. Vi sono campi tendati per dormire ed è possibile farvi escursioni: unica pecca, a mio avviso decisamente grave, le piscine costruite per i turisti più invasivi e disastrosi, che si bagnano indifferenti alla grave siccità che da anni colpisce un Paese in piena crisi idrica e che è in grado di fornire ai suoi cittadini solo un quarto dell'acqua disponibile 60 anni fa.




In conclusione, passare di qui come viaggiatore e non come semplice turista, richiede adattabilità, profondo rispetto per le abitudini e una certa capacità di contrattazione negli acquisti che tuttavia non deve mai offendere la sensibilità dei venditori e degli artigiani che riescono a produrre oggetti davvero belli e che rappresentano il vanto di una cultura secolare, insidiata ma non ancora sopraffatta dal ciarpame industriale e dagli standard della globalizzazione.


immagini di Max e Francesco Strata

la foto nel deserto è di Alex Balloni




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