Contro il dolore


di Max Strata


Molti anni fa, in un articolo di stampa, Primo Levi scrisse che "gli animali devono essere rispettati non perché sono buoni o utili ma perché una norma scritta in noi e riconosciuta da tutte le legislazioni e le religioni, ci intima di non creare dolore, né in noi, né in alcuna creatura capace di percepirlo."

"Questa è la prima certezza di un laico" aggiunse, "è ammissibile soffrire (e far soffrire) solo a compenso di una maggiore sofferenza evitata a sé o ad altri."

Le parole del grande scrittore fanno riflettere e indicano come si possa giungere a conclusioni simili partendo da presupposti diversi. Secondo questa logica esisterebbe dunque un imperativo morale comune all'umanità, ovvero "il compito di diminuire, per quanto possibile, la tremenda mole di questa sostanza che inquina ogni vita: il dolore in tutte le sue forme.

" Nell'esperienza concreta vediamo come in effetti tutta la nostra esistenza sia improntata a rincorrere il piacere cercando di rendere marginale la sofferenza con le sue complicazioni. Sappiamo però che il dolore svolge un ruolo essenziale perché segnala la malattia e forma la coscienza, quando non irrompe improvviso, incontrollabile e devastante. In un mondo etico, il laico e il credente, si troverebbero quindi in sintonia su questo punto imprescindibile: la necessità di evitare la sofferenza, quantomeno quella non necessaria. Ma qual'è la sofferenza necessaria? Quella di un'animale allevato e fatto a pezzi per allietare una tavola, quella di un comportamento adeguato ma che si impone con la forza o quella di sganciare una bomba per far finire in fretta una guerra? Il concetto di limite è inapplicabile in questo modo, poiché esso può variare di circostanza in circostanza e di fatto finisce col non esistere. Provando ad interpretare Levi, che il dolore nella sua forma più aberrante ha ben conosciuto, verrebbe da dire che il fondamento comune per provare a limitarlo, sia costituito dalla compassione e dal ripudio della violenza. Non l'aggressività adattiva del predatore, azione impulsiva su cui non può esserci giudizio morale, ma la violenza intesa come creazione di dolore cosciente, voluta, premeditata: ovvero ciò che riesce molto bene alla nostra specie. L'oggetto della nostra attenzione dovrebbe dunque essere ciò che da origine al comportamento violento ed è palese che quando i modelli di riferimento di una società sono violenti (egocentrismo, competizione, predominio, ecc.) la creazione di una grande mole di dolore fisico e mentale ne è la conseguenza. In concreto, vivendo in una data società e in un determinato tempo storico, aggiungiamo una certa quantità di dolore a quello che la natura già ci riserva in quanto -scomodando Leopardi- del tutto disinteressata alla nostra sorte. Appare dunque sensato affermare che l'etica compassionevole è lo strumento principe per arginare gli effetti procurati dalla "sostanza che inquina ogni vita". L'idea e la pratica di non recare danno a ciò che è senziente e di aiutare chi è in difficoltà, si rivela dunque un opzione reale anche se la sua applicazione dipende sempre, in ultima analisi, da una precisa scelta dell'individuo, dalla sua volontà. La scelta non è un dogma ma una presa di coscienza, il frutto di un percorso o di una illuminazione istantanea che il più delle volte contrasta con i modelli dominanti di riferimento. Insomma, se la società svolge il doppio ruolo di contenere il dolore frenando da un lato la violenza con le leggi (lo stato è l'unico soggetto deputato ad esercitare violenza) e dall'altro lato causa dolore imponendo norme ingiuste o partecipando ad una guerra, c'è da chiedersi quanto sia esso idoneo a limitare la sofferenza. Viceversa, può un insieme di singoli riuniti in una comunità, intesa come luogo fisico e mentale, costituire una identità nobile, una forza propulsiva, una prospettiva esistenziale, una risposta efficace contro il dolore ?