Felice sobrietà


di Francesca Volpe


Il termine “sobrio” deriva dalla parola latina ebrius, ebbro, a cui si è aggiunta una s- privativa: indica quindi l’opposto di ebbro. Senofonte scriveva che Socrate consigliava di guardarsi dalle cose che invitano a mangiare pur non avendo fame e a bere pur non avendo sete; diceva infatti esser queste le cose che rovinano lo stomaco e la testa e l’anima. Socrate sembra così anticipare di più di 2000 anni le recenti acquisizioni mediche secondo le quali, in pressoché tutte le specie, una riduzione del 30/40% delle calorie normalmente assunte porta a un aumento consistente della vita media, con una significativa riduzione delle patologie età-correlate.


Sobrio è quindi il contrario di smisurato, sregolato. Sobrio è colui che vive in modo equilibrato, entro i limiti. È opportuno però sgombrare il campo dall’idea di limite come privazione e di sobrietà come visione sacrificale della vita. Tutt’altro: “La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario”. Limite va allora inteso come quel confine oltre il quale non vi è più libertà ma dipendenza: dipendenza da bisogni fittizi, indotti dalla società consumistica che trae la sua linfa vitale proprio dalla creazione di un immaginario di assenza di limiti e di consumo infinito in un mondo che, invece, è fisicamente caratterizzato da risorse e da serbatoi per i rifiuti limitati. Herman Daly, uno dei più importanti economisti ecologici, a questo proposito già a fine anni ’80 del secolo scorso scriveva che i limiti morali alla domanda di cose inutili (junk) sono scomodi in un’economia della crescita, perché la crescita aumenta quando le cianfrusaglie vengono vendute; in tal modo l’economia della crescita erode valori quali onestà, sobrietà, fiducia.


Nella società consumistica uno dei rischi principali è essere posseduti da ciò che possediamo (pensiamo, ad esempio, alla dipendenza nei confronti dei nostri smartphone). La sobrietà è allora un faro da seguire tenacemente per sfuggire a questo rischio. Sobrietà è uno stile di vita nel quale è attiva la capacità di discernimento, che sa distinguere tra bisogni reali e falsi bisogni, uno stile di vita che si organizza per garantire l’appagamento dei bisogni fondamentali con il minor spreco possibile. Una vita fatta di “abbondanza frugale”, evocativa espressione usata da Latouche ma introdotta nel 1980 nel lavoro collettivo Revolution du temps choisi, e approfondita da J. B. de Foucauld, che la usa in riferimento a una società desiderata basata su giustizia e creatività. Una vita fatta di “semplicità volontaria” (voluntary simplicity o downshifting): scegliere deliberatamente di vivere (meglio) con meno.

San Francesco, il Mahatma Gandhi, autori e filosofi quali Henry David Thoreau, sono solo alcuni tra i fautori della vita semplice a cavallo dei secoli.

A livello collettivo si tratta di trovare quella che Gorz chiama “norma comune del sufficiente”, riconoscendo che “non esiste alcuna norma del sufficiente comunemente accettata che potrebbe servire da referenza all’autolimitazione. E tuttavia, questa resta la sola strada non autoritaria, democratica, verso una civilizzazione industriale ecocompatibile”.


Come passare dalla teoria alla pratica?

L’Enciclica Laudato Sì offre un interessante spunto, facendo appello al senso di connessione con l’esistente: “se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”. Si può ravvisare in questo invito un richiamo all’ecofilia, un amore partecipe e disinteressato per la grande casa comune, scevro da velleità di dominio e radicato nell’intimità relazionale con gli elementi naturali.

“D’altra parte”, prosegue l’Enciclica, “nessuna persona può maturare in una felice sobrietà se non è in pace con se stessa”. […] La pace, “è molto più dell’assenza di guerra. La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune”. Probabilmente abbiamo fatto tutti esperienza del prenderci cura che ci cura: mentre ci prendiamo cura – dell’altro, dell’ambiente, della casa comune - curiamo anche noi stessi nutrendo la pace interiore. Con l’animo pacificato, la sobrietà ha allora modo di manifestarsi donandoci grandi gioie anche per le piccole cose.



Francesca Volpe, nata a Firenze, cresce selvatica tra campagna e città. Si laurea in giurisprudenza e si specializza in diritto dell’ambiente con un dottorato e svolge diversi anni di attività accademica. Credendo nella validità dell’affermazione “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, attua nell’agriturismo di famiglia le buone pratiche di sostenibilità sulle quali svolge la sua attività di ricerca. È autrice di articoli su temi ambientali e su stili di vita improntati alla riduzione degli sprechi e del libro “La Toscana in Renault 4. Viaggio sui sentieri dell’ecofilia e della libertà”, Infinito Edizioni, 2020.