Francesco e il Buddha: la rivoluzione della liberazione.



Tra le vite e le opere di Francesco d'Assisi e Siddhartha Gautama, queste due figure storiche che tanto hanno influito sulla spiritualità e sulla religiosità di popoli e tradizioni molto lontane tra di loro, esistono non solo somiglianze ma vere e proprie affinità che si estrinsecano in una profonda visione concettuale che supera il tempo e lo spazio e che offre all'essere umano una prospettiva di vita armonica, amorevole, non violenta: un percorso di liberazione dalla paura e dalla sofferenza.

Se pur con modalità diverse e in contesti differenti, i due hanno condiviso un nucleo propulsivo comune che si è concretizzato nella ricerca e nella pratica di un modello di vita basato sulla compassione, sul rispetto della vita in ogni sua forma, sulla acquisizione della saggezza come elemento di consapevolezza superiore. La loro esistenza è inoltre stata contrassegnata dalla formazione di una comunità estesa che di questi valori si è fatta portatrice e interprete: una comunità religiosa e laica che guarda allo sviluppo integrale dell'umanità, che guarda alle relazioni, che afferma come in realtà nessuno sia realmente separato dall'altro e che dunque esiste una interconnessione e una interdipendenza di cui non possiamo fare a meno.

In questa visione, la povertà, ovvero la scelta di praticare la semplicità volontaria, ha avuto un ruolo fondamentale, concretizzandosi in un monachesimo fatto di costante vicinanza ai più deboli, ai sofferenti e agli esclusi, che si è offerto e si offre al laico come possibile stile di vita anche in versione familiare e comunitaria.

La pura compassione, intesa nel suo più ampio significato, ha inoltre ampliato la loro identificazione con tutto ciò che è vivente, riducendo l'idea di sé a qualcosa di trascurabile perché inserita in un contesto ben più grande. "La sua carità si estendeva, con cuore di fratello, non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili." scriveva Tommaso da Celano riguardo a Francesco.

Umiltà nel servizio ai bisognosi, e fraternità come cura e dedizione non solo per gli umani ma verso tutti gli esseri senzienti, pongono al centro dell'essere umano un'etica ben precisa: la preminenza dell'idea che solo operando per il bene si può raggiungere l'obiettivo di una vita pacificata, equanime, lodevole.

Con questi presupposti, i due hanno affrontato le oggettive difficoltà che la loro predicazione ha incontrato: le resistenze dei poteri consolidati, le consuetudini popolari, l'ostilità delle ortodossie. Questo perché i concetti da loro espressi erano e sono intimamente dirompenti, se conosciuti e ascoltati nella loro intensità. Si dirà che entrambe sono dovuti scendere "a patti" con le "istituzioni" e questo è vero anche se fino ad un certo punto, e comunque ciò non ha intaccato la portata semantica del loro agire, né l'universalità del loro messaggio e del loro insegnamento.

Per molti versi, la vicenda di Francesco (l'alter Christus), ricalca quella del Buddha.

La nascita fortunata, la fanciullezza e la prima gioventù' più che lieta, la "scoperta" del male e del dolore nelle sue varie manifestazioni, lo spogliarsi di ogni bene materiale per condurre una vita minimale, in totale armonia di spirito, la conversione-illuminazione, che avviene dopo un lungo periodo di crisi e di ricerca. Francesco assume le vesti monacali del saio rifiutando vestiti ben più lussuosi, scrive le regole di convivenza dei frati e riconosce la vocazione di Chiara fondando l'ordine femminile, esattamente nel segno di quanto fece Siddhartha Gautama 17 secoli prima costituendo il sangha e affiancando ai bhikku le bhikkuni.

Si è discusso sul fatto che alcuni aspetti e ritualità del cristianesimo e in particolare della storia francescana, possano essere ricondotte ad alcuni precetti e pratiche buddhiste, ma non è ancora stato completamente chiarito attraverso quali mezzi e per quanto tempo il contatto sia effettivamente avvenuto.Resta il fatto che nel nostro caso, sia l'esteriorità quanto l'essenza del messaggio, esprimono una evidente connessione: una su tutte l'idea del monaco mendicante che come il sannyasin indiano, con il suo incessante vagare e con la sua stessa presenza, testimonia la necessità della rinuncia ai beni terreni e, per altri versi, quella dell'incontro, del dialogo con l'altro, come dimostra anche l'episodio del colloquio di Francesco con il sultano Malik al Kamil durante la quinta crociata.

Il Buddha diffuse il Dharma per 45 anni muovendosi incessantemente da un luogo all'altro tranne sostare per il periodo dei monsoni, analogamente Francesco percorse luoghi vicini e lontani predicando fino al confine dell'Europa.La loro energia irradiava fiducia e rispetto, dalle loro parole emergeva una saggezza troppo a lungo celata o dimenticata. La radicalità delle loro posizioni (generalmente poco evidenziata nelle storiografie), fu di segno nettamente opposto ai disvalori dominanti nelle rispettive società di appartenenza, poiché, ieri come oggi, il rifiuto della violenza, della mercificazione dei rapporti umani e del condizionamento materialistico, rappresentano non solo una reale evoluzione spirituale ma la spinta verso un forte cambiamento sociale: motivo per cui la casta dei brahmani decise di "cacciare" il buddhismo dall'India, e per cui la chiesa cattolica ha si celebrato il frate di Assisi ma non ne mai effettivamente enfatizzato "la proposta" (almeno fino all'arrivo di Jorge Mario Bergoglio).

I loro insegnamenti, la loro portata simbolica e le loro conseguenze, sono dunque straordinariamente attuali e ancora una volta si offrono come alternativa ad un modello egoistico e fallimentare, aggressivo e conflittuale che nella modernità precipita la nostra specie nella crisi esistenziale generalizzata, nel baratro della distruzione totalizzante rappresentata dalla guerra globale e dal collasso ecologico.

La rivoluzione della liberazione di cui sotto il profilo storico Francesco e il Buddha sono stati gli artefici, si concretizza in uno stile di vita che ribalta le convinzioni dominanti, che dissolve le paure più recondite e che, prediligendo la dedizione al profondo, si apre al sostegno e all'empatia, poiché non può esservi cambiamento se non c'è la disponibilità a riconoscere l'altro come parte di se stesso.

Se la liberazione è il superamento della comune condizione umana, l'emancipazione dalla sofferenza del corpo e della mente in quanto matrice della nostra stessa esistenza, il superamento dell'ignoranza, dell'avversione, del desiderio, è chiaro che questa non è ottenibile se non facendosi carico delle proprie responsabilità e delle potenzialità che risiedono dentro ciascuno di noi.

Per realizzare la rivoluzione della liberazione occorre avere chiaro un percorso, una logica, una prospettiva. Questi due grandi maestri, ciascuno a suo modo, hanno indicato una via,

hanno offerto un metodo e una visione, lasciando che ognuno di noi possa coglierne il significato e la finalità.