Homo Viator. "Ronaldo": storia di un elefante innamorato.


di Alex Balloni

Un viaggio in Nepal è in assoluto un'esperienza forte ed intensa.

In questo magnifico Paese incastonato tra la catena dell'Himalaya e la pianura del Gange, si trova un tesoro di umanità di inestimabile valore e un patrimonio naturalistico unico al mondo. Ma c'è stato un episodio nella mia ultima visita che mi ha colpito particolarmente e che vorrei narrare.

Con il pulmino che avevamo prenotato, scendemmo dalla città lacustre di Pokara collocata ai piedi del gruppo dell'Annapurna, alto più di 8.000 metri, per raggiungere la remota regione del Terai, un vasto luogo paludoso e ai confini con l'India. La strada è per un lungo tratto la stessa che porta a Katmandu, la Prithvy Highway, che somiglia ad una nostra statale di montagna ma molto più sinuosa e insicura.

Raggiunto il bivio con la Narayanghat Highway si gira verso sud. Lungo un suggestivo crinale della montagna la strada si inerpica costeggiando il Trisuli River, un impetuoso corso d'acqua rumorosissimo e ricco di rapide, meta ambita degli appassionati di Rafting. Imboccato il percorso che ci avrebbe condotto a Sauraha, piccolo villaggio sulle sponde del fiume Rapti, cominciò uno scrosciante temporale monsonico e quel percorso di 60 km di strada sterrata che ci avrebbe condotto a destinazione, si trasformò nel tracciato più accidentato e sconvolgente in cui mi sono imbattuto nei miei viaggi in giro per il mondo.Ricordo perfettamente che a ridosso di quella montagna, in quella strada senza guard rail, con i massi che cadevano e con lo strapiombo che guardava il letto del fiume, il tempo sembrò fermarsi. La percoremmo in 6 ore, con il driver che giustamente non osò spingersi oltre i 10 km all'ora.

A Sauraha, la popolazione locale, i Taru, ha ancora caratteristiche tribali: uomini e donne sono di statura bassa, hanno dei tatuaggi sulle mani e sui piedi e le abitazioni sono fatte ancora di argilla con i tetti di paglia, decorate da strani segni simbolici. I villaggi hanno vari pozzi e si estrae l'acqua con le pompe a mano, si coltiva prevalentemente il riso ed il mais e tutta la pianura è di un verde rigoglioso.


Risalta la costante presenza degli elefanti, sia come strumenti di lavoro che insieme ai bufali presidiano le risaie, sia come strumento di mobilità vero e proprio: l'ambiente è sereno ma molto rurale, il caldo e l'umidità sono invadenti. Sauraha è un poco più di un villaggio sulle sponde di questo enorme fiume che delimita uno tra i Parchi naturali più belli al mondo, il Parco di Chitawan, prezioso patrimonio dell'Unesco che si estende per oltre 900 km quadrati e che contiene una straordinaria biodiversità di cui fa parte anche la tigre.

Fatto un lungo e suggestivo percorso in canoa e un giro sugli elefanti, vedemmo molti esemplari di animali davvero unici come ad esempio il "preistorico" rinoceronte indiano unicorno e quando rientrammo alla base feci una pausa lungo il fiume Rapti.

Presso il villaggio, si notava un muro alto due metri che lo proteggeva dal lato del fiume e verso il tramonto, tutti gli abitanti vi salivano sopra in attesa di osservare sulla sponda opposta un fantomatico elefante maschio che era stato chiamato "Ronaldo". Questa storia conquistò da subito la mia curiosità e nei giorni successivi indagai sul perché di tutto questo interesse verso quell'animale. I Mahout sono conduttori di elefanti ma solo le femmine si possono domare e addomesticare e ogni anno alcuni esemplari vengono catturati e addestrati per il lavoro nei campi e come mezzo di trasporto nelle aree umide costantemente allagate.Il muro fu costruito a seguito di una vicenda incredibile. Dal lato del villaggio il fiume è contenuto da una barriera piena di sassi che nessun predatore e nessun animale di grandi dimensioni può attraversare, se non per l'appunto un elefante.

Una sera, richiamato dai barriti della sua femmina legata ad una catena al di qua

dell'imponente corso d'acqua, "Ronaldo" decise di superare il fiume a nuoto, prese a calci la barriera (da quei calci il nome del campione di football) e raggiunse il villaggio. Il pachiderma era impazzito e distrusse numerose capanne provocando seri danni, il caos durò ore e solo quando fu notte fonda i Mahout e i contadini armati di torce riuscirono a far scappare l'animale che attraversò di nuovo il fiume e tornò nella foresta.Il racconto narra anche di vittime colpite dalla furia della bestia: chi mi ha raccontato di 10, chi di 11 morti e di almeno una ventina di feriti. Dopo questo fatto, i ranger del Parco decisero che l'animale andava abbattuto ma gli abitanti del villaggio si opposero fermamente dato che l'elefante è comunque considerato sacro e perché lo spirito di questa popolazione considerò naturale il suo comportamento dato che chi aveva violato le leggi della natura erano stati loro stessi e non certo "Ronaldo". Cosi' l'animale ha proseguito la sua esistenza nella sua giungla e questa è la ragione per cui è stato costruito il muro di difesa: così i Taru hanno preso l'abitudine di attendere ogni sera il ritorno del temibile elefante innamorato.


Alex Balloni è un "viaggiatore seriale".

Da trent'anni, con i suoi scatti raccoglie il giro per il mondo l'essenza dei luoghi e delle persone traendone singolari racconti per immagini (e parole) .