Il mare


Una lettura estremamente attuale tratta da

Oltre il limite: noi e la crisi ecologica

di Max Strata

Dissensi editore 2015

Sono nato e cresciuto in una città di mare.

La mia casa si trovava a meno di un chilometro dalla spiaggia e fin da bambino, ogni giorno ed in ogni stagione, con il sole o con la pioggia, nell'afa estiva o sotto l'umido vento autunnale, potevo passeggiare lungo l'interminabile lido sabbioso e guardare i colori cangianti del Mediterraneo, le nuvole bianche e sottili, i grigi e turbolenti cumulinembi, il profilo aguzzo delle montagne che si trovano a poca distanza.

Nei miei ricordi più lontani ho bene impresso l'odore che il mare aveva e il sapore sapido e pulito dei frangenti.

Ricordo che nelle pozze che si formavano sulla spiaggia dopo una mareggiata, potevo trovare decine di cavallucci marini (Hippocampus ramulosus) e una grande quantità di granchi, mentre dalla sabbia bagnata, scavando solo un po’, uscivano arenicole lunghe fino 20 centimetri (Arenicola marina).

Qualche volta, durante l'estate, specialmente al tramonto, dalla spiaggia veniva tirata una rete a maglia fine, che trascinata da 10 o perfino da 20 persone, formava un grande sacco a forma di goccia in cui restavano intrappolati pesci di piccola taglia che poco dopo finivano consumati fritti.

In ottobre, le seppie giungevano in massa sotto costa per deporre le uova e si lasciavano facilmente catturare da innumerevoli pescatori che da piccole imbarcazioni, o addirittura dai pattini di salvataggio usati dai bagnini durante l'estate, gettavano in acqua buffe esche di color rosa che riproducevano le sembianze dei gamberi.

Il pesce (comunemente inteso come tutto il cibo che proviene dal mare) era parte della nostra dieta di bambini e poi di ragazzi. Sui banchi del mercato comunale si trovava quasi tutto a buon prezzo e nei nostri piatti comparivano spesso sogliole e ombrine, alici, triglie, cefali, totani, seppie, spigole, mazzancolle, orate, e molto altro ancora.

I pescherecci rientravano con le casse piene e le reti a strascico sondavano il fondale portando in superficie di tutto, addirittura qualche testuggine o qualche piccolo delfino che non di rado veniva accuratamente nascosto nella stiva per poi rivenderne clandestinamente la carne seccata.

Nulla fuggiva dalle mani dei pescatori e il mare appariva incredibilmente ricco e fecondo.

Le sue messi sembravano inesauribili e la protervia degli uomini altrettanto.

I turisti prenotavano per tempo nelle trattorie e nei grandi ristoranti chiedendo le specialità locali a base di pesce freschissimo tirato su a poche miglia dalla costa o che al massimo proveniva dal non lontano arcipelago.

Il mare era la città e la città aveva il sapore del mare.

La sabbia ed il sale si sentivano nelle piazze, nelle strade, nei cortili, impastavano i discorsi della gente.

Com'era il mare ieri, com'è oggi, come sarà domani.

Lo sguardo, o il pensiero, almeno una volta al giorno, finiva inevitabilmente per scivolare sulla superficie azzurra verso l'orizzonte lontano, nei tramonti di fuoco che ancora si osservano alla fine di certe giornate segnate dal maestrale o dalla tramontana, volava al si sopra di quel luogo immenso da sempre fonte di stupore e di una promessa mantenuta: io ci sarò, ti nutrirò, ti fornirò aria buona e un clima mite.

Avevo imparato a nuotare in tenera età e senza timore lottavo con le onde quando il mare era grosso: così, quando la sabbia scivolava via da sotto i piedi cercavo di non perdere il controllo e facevo qualche bracciata controcorrente. Mi divertivo a penetrare i marosi o ad assecondarli, facendomi trascinare verso la riva. La sabbia si alzava rabbiosa sotto l'impatto delle onde e più di una volta mi era capitato di essere sbattuto sul fondo e di bere un po’.

Da ragazzino, durante le mareggiate estive che puntuali come orologi arrivavano poco dopo ferragosto, io e i miei amici facevamo gare di coraggio nell'affrontare le onde e i vortici della corrente mentre i bagnini fischiavano a più non posso e i turisti ci guardavano incuriositi come se fossimo delle strane creature marine a cui il fato

non aveva concesso di possedere squame e pinne.

Quando uscivamo dall'acqua eravamo esausti.

Il sole e il vento asciugavano la pelle in pochi istanti e il sale depositato sul corpo iniziava la sua opera di sanificazione dell'epidermide.

Il respiro era libero e profondo, il mare era davanti a me e dentro di me.

Oggi, a distanza di qualche decennio, quel mare è cambiato e le modificazioni ambientali che sono intervenute in questo lasso di tempo ne hanno fisicamente mutato le caratteristiche e la percezione.

Il mare ha subito mutazioni importanti, sia a livello locale che a livello globale.

Sulla costa dove sono nato e cresciuto, per lunghi periodi dell'anno, perfino il suo colore e il suo odore non sono più gli stessi.

L'innalzamento della temperatura delle acque di superficie e la quantità di nutrienti di origine antropica che vi si riversano, ne hanno provocato un progressivo intorbidimento connesso a ripetute fioriture algali.

Le enormi quantità di azoto e di fosforo utilizzati in agricoltura e nei detersivi, i nitrati contenuti negli scarichi dei depuratori civili e di quelli industriali, arrivano in mare attraverso i fiumi e i canali e in condizioni favorevoli di temperatura, basso fondale, stabilità delle correnti, provocano una rapida crescita di alghe unicellulari e di specie più macroscopiche.

Ma sono in particolare le micro alghe e i cianobatteri, i responsabili dei maggiori fenomeni di degrado.

Se l'innalzamento della temperatura (in estate fino a 4-5 gradi sopra la media) e l'intorbidimento delle acque costiere, costituiscono fenomeni in crescita esponenziale, sono sempre più numerosi i casi in cui ampi tratti di mare vengono interessati da intense “fioriture” che non di rado sprigionano pericolose tossine.

E' ad esempio il caso di Fibrocapsa japonica, una specie tipica dei climi caldi e tropicali ormai diffusa anche nel Mediterraneo che in estate si presenta con colorazioni delle acque giallo brune in vicinanza della costa e le cui “fioriture” mostrano caratteristiche risalite sulla superficie nelle ore più calde della giornata.

Quando si verifica la “fioritura”, ovvero la rapida proliferazione delle cellule, questa può causare un'intossicazione che va a colpire i pesci (ittiotossica) e i mammiferi marini.

Analogamente, anche la Pfiesteria piscicida, letteralmente "assassina di pesci", un organismo marino appartenente ai dinoflagellati, ha iniziato a manifestarsi sulle coste mediterranee.

La Pfiesteria si apposta sul fondo incapsulandosi in una sorta di ciste protettiva e in questa forma può resistere per anni senza cibo, in condizioni climatiche molto variabili e ad alto tasso d'inquinamento.

Ciò che ne risveglia l'appetito, sono in generale le feci dei banchi di pesci che si depositano sul fondo, incrementandone anche la capacità riproduttiva. Destata da tale fenomeno, si libera della ciste e per mezzo di piccolissimi flagelli riesce a nuotare fino ad aderire alle proprie vittime e liberare una potente neurotossina che ha due funzioni: paralizzarne il sistema nervoso centrale e causare una disgregazione dei tessuti, iniettando una sorta di proboscide nelle ferite causate dal veleno.

Nutrendosi di globuli rossi ne assume il colore e aumenta la propria massa, facendo assumere alle acque interessate dalla sua presenza il colore del sangue (maree rosse). Una volta nutrita a dovere si lascia cadere sul fondale per incapsularsi nuovamente nella ciste protettiva in attesa di un nuovo ciclo di nutrimento.

Le tossine liberate dall'inquietante Pfiesteria piscida, da Fibrocapsa japonica ma anche da altre specie come Ostreopsis ovata, un altro dinoflagellato di origine tropicale, oltre a recare danni alla pesca ed alla molluschicoltura sono in grado di provocare un serio impatto sanitario.

Nelle zone interessate dalle “fioriture”, la massiccia liberazione di tossine algali può infatti avere conseguenze anche sulla salute umana, in quanto l'inalazione per aerosol o peggio la loro ingestione, accidentale o mediante il consumo di molluschi bivalvi contaminati, può provocare, a seconda dei casi, irritazione, dispnea, intorpidimento, intossicazione epatica, paralisi e perdita della memoria fino al coma o addirittura alla morte.

E' opportuno precisare che queste specie in grado di produrre tossine tanto aggressive, sono presenti sul pianeta da tempi immemorabili. Del resto, le microalghe e i cianobatteri, seppur diversi per struttura cellulare, condividono il medesimo metabolismo bioenergetico e svolgono un ruolo essenziale per la produzione di ossigeno essendo direttamente responsabili di circa il 50% della fotosintesi che avviene sul pianeta.

Quello che qui interessa evidenziare, è come la crescente proliferazione algale e la sua sempre più ampia diffusione anche in aree geografiche molto diverse da quelle di origine, sia strettamente correlata alle modificazioni ambientali prodotte dalle azioni umane.

Al processo eutrofico generato dallo sversamento in mare di grandi quantità di nutrienti usati nell'industria e nell'agricoltura convenzionale e dalla sostanza organica proveniente dalle attività urbane, è stato dato il nome di "fertilizzazione degli oceani", una condizione del tutto artificiale che diventa particolarmente critica quando vi si somma l'aumento di temperatura delle acque superficiali registrato a livello globale e dimostratosi particolarmente intenso in alcune zone del pianeta.

I "bloom" algali in mare e nelle acque dolci sono in questo senso un indice dello stato di alterazione degli ecosistemi e ne evidenziano il progressivo degrado e, sebbene abbiano generalmente carattere stagionale, le gravi alterazioni chimico/fisiche dell’acqua causate dalla variazione dell’equilibrio dei gas in essa contenuti, dovrebbero rappresentare una notevole fonte di generale preoccupazione, sia per le possibili conseguenze per la vita animale, sia l’uso umano delle acque interessate.

Negli ultimi decenni, l'impatto delle attività antropiche sull'equilibrio biologico dell'ambiente marino e sulla ricchezza della sua fauna è stato devastante.

I fenomeni di inquinamento diffuso, l'urbanizzazione delle coste, la distruzione delle paludi costiere, il traffico navale, la pesca intensiva e i mutamenti climatici in corso, hanno decimato gli stock ittici e continuano ad impoverire la biodiversità marina ad un ritmo impressionante.

E' stato calcolato che su scala globale, la cattura di pesce selvatico si è fermata ai livelli dei primi anni novanta del XX secolo, ovvero a circa 90 milioni di tonnellate l'anno, mentre la F.A.O. ha dichiarato che 70 delle 200 più importanti specie marine sono a rischio di estinzione.

Nei cinque continenti, il numero dei pescatori di professione è aumentato vertiginosamente e in modo differente, così, mentre in alcune zone del pianeta questo si è ridotto, in altre si è decuplicato, passando complessivamente da circa 13 milioni a oltre 30 milioni di persone dedite a questa attività.

Tuttavia non sempre è possibile effettuare delle previsioni puntuali sulla base dei dati attualmente a disposizione. Le risorse ittiche sono incostanti dato che in mare la produttività e la predazione oscillano in modo molto diverso che sulla terra ferma, in quanto la biomassa varia moltissimo in relazione alle modificazioni che avvengono nelle correnti, nella quantità di nutrienti e nella temperatura.

Rispetto ad alcuni segnali che quindi risultano non facili da interpretare, alcuni studi mirati indicano comunque come negli oceani lo zooplancton sia diminuito in modo significativo e che senza efficaci controlli praticati su scala internazionale, gran parte delle risorse ittiche potrà arrivare al collasso entro la metà di questo secolo.

Uno dei principali problemi è legato al meccanismo dei segnali deboli che arrivano dalle profondità del mare prima che il tracollo si manifesti.

E' noto infatti che le curve di rendimento delle risorse ittiche sono piuttosto piatte e ciò può determinare un aumento della pesca per diversi anni prima che i livelli di cattura diminuiscano in modo vertiginoso e in tempi molto stretti.

Soprattutto per le specie facilmente identificabili con le moderne tecnologie di ricerca, il segnale debole suggerisce erroneamente una generale abbondanza, spesso legata a concentrazioni locali, mentre in realtà il sovra sfruttamento ha già raggiunto il suo apice.

Come scrive Jorgen Randers nel suo “2052: Rapporto al Club di Roma” (8), "Il pescatore che ha catturato l'ultimo grande banco di merluzzo nell'area del George's Bank al largo della costa settentrionale degli Stati Uniti, torna a casa soddisfatto, la sua barca è piena fino all'orlo e dice alla moglie che è andato tutto bene, senza sospettare che in realtà quella era la sua ultima battuta di pesca".

Su scala locale le analisi e le previsioni sono decisamente più puntuali.

Nel caso del Mediterraneo, sulla base dei dati raccolti dal Comitato tecnico, scientifico ed economico della pesca europea (STECF), la coalizione OCEAN 2012 ha chiaramente evidenziato come il 95% degli stock ittici risultano sovrasfruttati.

Secondo le ricerche effettuate per ripristinare il livello di sostenibilità degli stock, in particolare nel Tirreno centrale e meridionale, nell'Adriatico meridionale e nello Ionio, è infatti necessario ridurre il prelievo attuale di circa il 50%, con punte del 90% per la pesca al nasello in alcune aree.

Nel grafico che segue le curve mostrano i diversi possibili livelli di declino delle catture a livello mondiale misurandone il peso pro-capite (kg a persona), a partire dal progressivo impoverimento degli stock che si è manifestato nell'ultima decade del XX secolo.


L'ecologia ci insegna che i sistemi biologici non sono affatto lineari e ciò comporta che la risposta di un ecosistema ad un cambiamento causato da un fattore esterno, può non essere semplice da prevedere. I tempi e le modalità di risposta sono infatti variabili e proprio per questo possono manifestarsi cambiamenti improvvisi e drammatici che riguardano singoli processi o singole specie (per questo motivo definite specie chiave) che hanno riflessi sull'intero sistema.

E di questo è necessario tenere conto.

In “2052” (8), lo studioso norvegese Dag O. Hessen, in un suo articolo sugli scenari che potranno interessare il mare del Nord nei prossimi anni, evidenzia in modo esemplare come una piccola e apparentemente insignificante specie di crostaceo imparentato con granchi e aragoste ma dalle dimensioni di pochi millimetri, giochi un ruolo determinante all'interno di quell'ecosistema.

Il Calanus planctonico è infatti una specie chiave perché a dispetto delle sue dimensioni è presente in grandi quantità e influenza in modo determinante le catene trofiche di quell'area.

Poiché la temperatura del mare del Nord si sta velocemente riscaldando a causa del mutamento climatico in corso, con effetti che si estenderanno fino all'oceano artico, la popolazione di Calanus ne verrà fortemente condizionata.

Le temperature più alte, specialmente nelle acque di superficie (fino a 2 gradi in più a metà di questo secolo), limiteranno il rimescolamento di queste ultime con quelle di profondità più fredde e ricche del fitoplancton di cui questa specie si nutre, tanto da determinarne un suo calo numerico. Sfortunatamente la scarsità di Calanus significherà scarsità di cibo per molte specie di pesci, una insufficienza che a sua volta si rifletterà sugli uccelli marini, sulle foche, e sugli orsi polari, causando il famoso effetto a cascata che verosimilmente comprometterà questa notevole rete alimentare.

Come è evidente, la centralità di una specie chiave all'interno di un ecosistema ne indica la vulnerabilità.

Il fatto, oramai accertato, che gli ecosistemi possono transitare in modo estremamente veloce e irreversibile da uno stato ad un altro quando una specie chiave viene meno o perché sono forzati ad attraversare una soglia critica spinti da una potente sollecitazione esterna, deve farci seriamente riflettere.

Nel mio immaginario (e ancora oggi nell'immaginario collettivo) il mare era un qualcosa di assolutamente meraviglioso e difficilmente descrivibile, qualcosa di straordinariamente ampio e senza tempo, un universo a sé stante, denso di mistero e di fascino.

Oggi, per me, in un certo modo, quell'idea è tramontata.

Intendiamoci, è sempre esaltante respirare una fresca brezza salmastra, perdersi a osservare la bellezza dell'orizzonte o fare il bagno nell'acqua trasparente (anche se per ritrovare queste condizioni sono costretto a spostarmi di parecchi chilometri dalla spiaggia più vicina a casa mia).

Il fatto è che tutto ciò non è più sufficiente: quella che è tramontata è l'idea stessa della intangibilità del mare, della sua purezza e della sua presunta totale capacità di auto depurazione, della sua resistenza agli “agenti esterni”.

Il mare, che da sempre, nella concezione comune, è il luogo dove tutto si perde, si diluisce e poi scompare, è cambiato e ha mostrato la sua fragilità.

Quando avevo 12 anni, durante una delle mie tante passeggiate sulla spiaggia, incappai in qualcosa che non mi aspettavo. Centinaia e centinaia di pesci morti rivestivano il bagnasciuga della loro livrea argentea: davanti a me giaceva un numero impressionante di animali di una certa dimensione e tra i quali quello più piccolo pesava non meno di 500 grammi.

Rimasi interdetto. La grande massa di corpi era assaltata da una moltitudine di gabbiani reali urlanti e voracissimi che nonostante l'enorme e improvvisa disponibilità di cibo, finivano per lottare furiosamente l'uno contro l'altro, dando luogo a quella che tecnicamente si chiama “frenesia alimentare”.

Mi avvicinai ai pesci ed ebbi l'impressione che prima di morire avessero sofferto un bel po’.

A quei tempi non c'erano telefoni portatili che permettessero di scattare fotografie, sarei dovuto tornare a casa, prendere la macchina fotografica di mio padre e tornare sul posto.

Non lo feci, quell'immagine mi aveva turbato a sufficienza e quando rientrai accesi la televisione cercando di dimenticare, ma di notte, durante il sonno, la scena ricomparve in un incubo.

Il giorno dopo appresi dal giornale che quegli esemplari non venivano dal mare ma che si trattava di ciprinidi che vivono in acque dolci e che erano stati trasportati fin lì dalla corrente dopo che il fiume li aveva scaricati alla sua foce.

Forse erano morti avvelenati, ma in acque dolci però. Non che la cosa mi tranquillizzasse ma per un altro po’ di tempo la mia idea del mare rimase intatta.

Il male si annidava sulla terra ferma, non certo nel grande pelago.

Non molto più tardi, quando iniziai ad occuparmi di ecologia, mi resi conto che la mia idea del mare non era che una fantasia.

Nonostante la sua enorme estensione esso non era affatto infinito, né intatto.

La nostra specie lo stava usando come una gigantesca discarica e in qualche modo aveva iniziato a modificarne l'equilibrio e le caratteristiche.

Leggendo articoli di quotidiani e riviste scientifiche, venni a conoscenza del fatto che le più grandi potenze economiche e militari vi avevano versato -e continuavano a versarvi- una notevole quantità di rifiuti nucleari. Dapprima al largo della baia di San Francisco negli Stati Uniti e poi in altri luoghi del mondo.

Dal 1959, anche l'Unione Sovietica, aveva infatti depositato nell'Oceano Artico una quantità non definita di scorie radioattive, compresi i reattori nucleari smantellati, e armi chimiche con gas altamente velenosi.

Ma altri numerosi affondamenti erano stati documentati in quel periodo e poi anche dopo il 1994, quando il divieto di scarico in mare per quel tipo di materiali era stato sancito con una apposita convenzione internazionale.

In realtà, non molto si sapeva (né si sa) di cosa sia accaduto effettivamente ma è lecito immaginare che i dati che alla fine sono diventati pubblici, non rappresentino che solo una parte degli affondamenti avvenuti.

Recentemente, nelle acque prospicienti alcuni impianti di rigenerazione e smaltimento delle scorie derivate dall'utilizzo del nucleare per la produzione di energia elettrica, i sommozzatori di Greenpeace hanno rilevato valori di radioattività fino a diciassette milioni di volte superiori a quelli registrati nelle zone non soggette agli scarichi.

Sulle coste norvegesi, ad esempio, funghi e gamberi sono risultati contaminati da tecnezio, una sostanza radioattiva che il centro per la radioprotezione norvegese ha identificato come proveniente dall'impianto nucleare inglese di Sellafield, situato a centinaia di chilometri di distanza nel mare d'Irlanda.

Al largo della Spagna, sono stati inabissati migliaia di fusti con materiale debolmente radioattivo proveniente da applicazioni in campo medico e dalle attività di ricerca e dell'industria.

Il DDT di cui ho già parlato, attraverso le correnti, ancora oggi si propaga negli oceani e si inserisce nelle catene alimentari.

I composti di polibromo, utilizzati come sostanze ignifughe per i computer e per i rivestimenti di televisori, sono stati rinvenuti nel grasso dei capodogli mentre nella quasi totalità dei pesci spada sottoposti ad analisi, è stato rinvenuto mercurio talvolta condito con P.C.B.*.

Non esiste una quantificazione su scala globale dei rifiuti liquidi e degli scarichi urbani e industriali che ogni anno veicolano in mare centinaia di composti chimici tossici a più livelli.

A scopo puramente indicativo ricordo il caso di una azienda israeliana che per molti anni e fino al 1999, ha scaricato in mare qualcosa come sessantamila tonnellate all'anno di liquidi contaminati da piombo, mercurio, cromo, cadmio e arsenico, che trasportati dalle correnti sono arrivati fino in Siria e a Cipro. Oppure le decine di migliaia di tonnellate di fosfati provenienti dalle industrie di fertilizzanti che vengono pompati ogni anno nel golfo di Tunisi. E cosa dire degli innumerevoli scarichi a mare degli impianti petrolchimici, delle acciaierie, delle attività industriali in genere. Cosa dire dei fiumi e dei canali che ricevono questi scarichi nelle zone interne e poi comunque li riversano nelle acque marine ?

Di recente è stato realizzato uno studio su campioni di sogliola prelevati in 5 aree diverse tra il mar Ligure e l’alto Tirreno.

La sogliola è una specie stanziale, quindi ottima come indicatore dello stato dei mari in cui abita. In particolare le analisi sono state effettuate ricercando contaminanti pericolosi per gli esseri umani che si cibano anche di pesci e quindi di sogliole.

I campioni analizzati sono risultati positivi a contaminazione da metalli pesanti e da P.C.B., senza che mancasse una certa dose di bisfenolo A*, usato per la fabbricazione di alcune plastiche.

Notizie altrettanto negative arrivano da ricerche effettuate sui gasteropodi marini in alcune zone dell'Adriatico e in molte altre parti del mondo.

Ad esempio, si è scoperto che l'uso del Tributilstagno (T.B.T.*), una sostanza chimica usata come biocida nelle vernici anti vegetative per le imbarcazioni, è causa dell'imposex, il fenomeno che impone caratteri sessuali secondari maschili (pene, vaso deferente e ghiandola prostatica) negli esemplari femmine.

Ma quante altre sostanze chimiche sono causa di mutazioni e sono in grado di provocare effetti endocrini, neurotossici o neoplastici all'interno di singole specie, nella catena alimentare e anche su di noi umani ?

Potrei ad esempio ricordare gli studi che riguardano i ritardanti di fiamma (polibromodifenileteri – P.B.D.E.*) ed il loro effetto su alcune specie di bivalvi come le vongole che, a causa del bio accumulo, presentano nei loro tessuti elevatissimi livelli di concentrazione di questa sostanza (decine di migliaia di volte superiori agli esemplari non esposti).

I P.B.D.E., appartenenti alla già citata categoria dei contaminanti organici persistenti (P.O.P.), pur essendo riconosciuti come sostanza pericolosa, vengono ampiamente utilizzati nella fabbricazione di molti prodotti industriali tessili ed elettronici, negli imballaggi plastici e nel materiale edile, e proprio a causa di questo loro ampio utilizzo sono diventati ubiquitari, tant'è che la loro presenza è stata riscontrata non solo nei molluschi ma anche nei pesci, negli uccelli, nei mammiferi marini, nel latte materno, nel tessuto adiposo, nel sangue e nel siero umano.

In una ricerca condotta in Svezia e avente ad oggetto il livello di concentrazione dei contaminanti presenti nel latte materno, è stato accertato che i P.B.D.E., in pochi anni hanno addirittura superato le concentrazioni di diossina* e P.C.B..

Il fatto è che contaminazione ambientale e contaminazione alimentare sono strettamente collegate tra loro, poiché qualsiasi sostanza dispersa nell’ambiente non può esimersi dall’entrare nella catena alimentare.

Ciò è particolarmente grave per le sostanze lipofile, che tendono ad accumularsi nel tessuto adiposo delle specie animali e quindi possono essere ritrovate nella carne, nel pesce e nel latte, e che, nel caso del latte materno, vengono cedute dalla madre al figlio .

E a proposito di contaminanti presenti in mare, ha del clamoroso il caso delle aringhe pescate nel Mar Baltico, dapprima messe fuori legge per il quantitativo di diossine rinvenute nei loro tessuti e successivamente riammesse al commercio previa segnalazione al pubblico che nutrirsi di quella specie avrebbe potuto comportare effetti negativi sulla salute.

Alla luce degli studi svolti e della quantità di informazioni raccolte, è corretto affermare che l'impatto delle attività antropiche sugli ecosistemi marini si è rivelato imponente e si sta dimostrando drammatico, sia a livello locale che su scala globale. Certo esistono ancora e probabilmente continueranno ad esistere isole felici, enclaves ricche di biodiversità con specie in ottima salute e catene alimentari sostanzialmente intatte. Bene, ma per quanto ancora?

E quanto può essere soddisfacente una simile consolazione ?

L'assalto agli oceani ha già recato danni incalcolabili e gli scenari futuri non promettono niente di buono.

Secondo recenti stime della F.A.O., della Banca mondiale e della National Geographic Society, analizzate dalla Global Ocean Commission, oltre alla crisi degli stock ittici, nei mari di tutto il pianeta esisterebbero già oltre 400 “zone morte” che coprono una superficie pari a 250 mila chilometri quadrati, dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere. Inoltre, il 35% delle foreste di mangrovie e il 20% per cento delle barriere coralline (entrambi di fondamentale importanza per la riproduzione di molte specie ittiche) risultano distrutte a causa dell’urbanizzazione delle coste.

Gli oceani coprono il 71% della superficie terrestre e hanno un ruolo fondamentale nella regolazione globale del clima. Assorbono calore, catturano un quarto dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane (una quantità cinque volte superiore a quella delle foreste tropicali) e liberano quasi la metà dell’ossigeno che respiriamo. Per un miliardo di persone che vivono nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, inoltre, la pesca rappresenta la fonte primaria di proteine e si stima che in queste aree, il ricavato dal commercio di pesce sia di circa 25 miliardi di dollari all’anno.

La realtà, è che la contaminazione e il degrado su larga scala degli ecosistemi marini ha come conseguenza un severo impatto ambientale ed economico e i danni sono già ampiamente visibili e documentabili.

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Circa un mese fa (era metà dicembre) ho fatto una passeggiata lungo la costa e ho percorso uno dei pontili che dalla spiaggia si gettano in mare.

L'acqua era calma e piuttosto torbida con una visibilità che non andava oltre i 70-80 centimetri, la temperatura superficiale era di ben 21 gradi e intorno ai piloni della struttura si muovevano decine di grosse meduse della specie Risosthoma pulmo, meglio nota come polmone di mare.

La letteratura scientifica indica che gli esemplari maturi di questa specie possono permanere sotto costa anche in autunno ma in oltre 30 anni di osservazione non avevo mai assistito a niente del genere.

Di sicuro c'è che la temperatura superficiale del Mediterraneo è cresciuta mediamente di oltre 1°C nel giro di pochi decenni con incrementi locali stagionali decisamente più elevati: ciò comporta una maggiore proliferazione algale e mentre le meduse se ne stanno avvantaggiando, moltissime altre specie ne patiscono le conseguenze.

Sul piano climatico, un tale riscaldamento è in grado di alimentare e irrobustire i fronti perturbati di origine nord atlantica e nord-africana, fornendo una maggior quantità di calore latente che funge da carburante per lo scoppio dell’attività convettiva, favorendo così lo sviluppo di grossi sistemi temporaleschi con forti piogge e nubifragi in grado di causare i cosiddetti “flash flood”.

Un Mediterraneo così caldo, può quindi sviluppare cicloni dalle caratteristiche tropicali (T.L.C.) a partire dai tanto temuti “temporali marittimi” costituiti da torri di vapore che possono superare i 10 km di altezza e che si originano dall’immensa quantità di calore latente fornita dalla superficie marina. Vortici, che teoricamente tendono a formarsi nella stagione autunnale ma che ormai neppure i modelli matematici riescono ad inquadrare bene a causa della rapidità con cui si generano.

Oltre all'aumento della temperatura, il riscaldamento globale agisce sul mare ponendoci di fronte ad altri scenari particolarmente inquietanti, tra i quali, il più incisivo, è la loro progressiva acidificazione.

Per acidificazione degli oceani si intende la decrescita del valore del pH marino causato dalla assunzione di anidride carbonica presente nell'atmosfera.

Gli studi dimostrano che circa un quarto della CO2 presente nell'atmosfera va a finire negli oceani dove si trasforma in acido carbonico (H2CO3), pertanto all'aumento di CO2 nell'atmosfera corrisponde un incremento di quella disciolta nell'acqua marina e, a causa delle reazioni chimiche che si determinano, ciò provoca una riduzione degli ioni di carbonio liberi che sono fondamentali nei processi di compensazione dei carbonati e per la calcificazione dei gusci calcarei e degli scheletri di molte specie marine.

Questa carenza ha un impatto sull’ecosistema e porta alla dissoluzione dei gusci calcarei delle conchiglie di molluschi, echinodermi, alghe, coralli e plancton calcareo; in pratica, agisce su tutti gli organismi la cui esistenza è legata alla fissazione del carbonato di calcio.

Per i coralli in particolare, è da sottolineare l’importanza biologica che riveste la presenza delle loro barriere, sia come habitat per altre specie marine, sia per la protezione delle coste e quindi, in definitiva, per il corretto sviluppo di intere catene alimentari. I coralli sono vitali per la salute del mare, perché agiscono come asili per i giovani pesci e per le specie di piccola taglia che forniscono cibo a quelle più grandi e l'aumentata acidità ne provoca l'indebolimento degli scheletri, un fenomeno a cui si aggiunge il "coral bleaching", ovvero lo sbiancamento provocato dalla perdita delle alghe simbiotiche dalle quali i coralli dipendono e che è provocato dall'innalzamento della temperatura.

I dati raccolti evidenziano come la formazione di barriere coralline stia effettivamente diminuendo in tutto il mondo ed un recente studio prevede che questa scenderà ancora del 60% nei prossimi cento anni, se la produzione antropica di CO2 continuerà a mantenersi sui livelli attuali.

Recentemente, l’Unesco ha presentato i risultati del Third Symposium on the Ocean in a High CO2 World, evidenziando che il fenomeno dell’acidificazione degli oceani, che avviene ad un ritmo inedito, è uno degli effetti più preoccupanti del cambiamento climatico.

Questo documento, preparato dall’Intergovernmental oceanographic commission (I.o.c.), dallo Scientific Committee on ocean research (S.c.o.r.) e dall’International geosphere-biosphere programme (I.g.b.p.), rappresenta le conclusioni tratte da 540 esperti di 37 paesi sulle ultime ricerche relative al tema dell’acidificazione marina.

La prima constatazione degli scienziati è stata che gli oceani hanno visto il loro tasso di acidità aumentare del 26% dall’inizio dell’era industriale, con un pH che si è abbassato da 8,25 a 8,14.

Ogni giorno, circa 24 milioni di tonnellate di CO2 vengono assorbite dalle acque marine e se le emissioni di questo gas resteranno immutate, il tasso di acidificazione aumenterà del 170% entro questo secolo in rapporto ai livelli anteriori all’era industriale.

E’ chiaro che, nella misura in cui si accentua l’acidità, la capacità degli oceani di “trattare” l'anidride carbonica emessa in atmosfera si riduce, diminuendone il ruolo svolto nell’attenuazione del cambiamento climatico.

Da esperimenti condotti in laboratorio, alcuni organismi sembrano poter resistere a tassi di acidità più elevati, ma altri rischiano di essere colpiti in modo tale da apportare sostanziali modificazioni agli ecosistemi marini con conseguenze ambientali ed economiche inimmaginabili.

Riferendo i contenuti della relazione biennale dell'I.P.S.O. (International Programm on the State of the Ocean), Alex Rogers, professore di biologia all'Università di Oxford, ha chiarito che l'acidificazione in corso è senza precedenti nella storia conosciuta della Terra e che la salute del mare si sta degradando vertiginosamente e con effetti imminenti rispetto a quanto previsto precedentemente .

Gli attuali tassi di rilascio di carbonio negli oceani sono infatti 10 volte più rapidi di quelli che hanno preceduto l'ultima grande estinzione di specie, che è stata quella del Paleocene-Olocene, avvenuta circa 55 milioni di anni fa.

Dai rilievi dell' I.P.S.O. emerge quindi come l'attuale processo di acidificazione sia il più importante negli ultimi 300 milioni di anni, secondo le registrazioni geologiche.

Ma quanti conoscono il ruolo fondamentale che il mare gioca nell'equilibrio della vita sul pianeta ?

Considerato che il fitoplancton marino produce quasi la metà dell'ossigeno presente in atmosfera e che il 90% di tutte le forme viventi si trova negli oceani, è facile intuire cosa può accadere alterando i processi biochimici del più grande insieme di ecosistemi del pianeta.

I rilievi, stanno evidenziando come gli organismi marini siano sottoposti ad uno stress difficilmente tollerabile.

Gli animali marini usano segnali chimici per percepire il proprio ambiente e per localizzare prede e predatori e ci sono evidenze che il processo di acidificazione stia interferendo con questa capacità fino a comprometterla: quante di queste specie saranno effettivamente in grado di adattarsi alle nuove condizioni ?

Pur nella consapevolezza che grandi porzioni oceaniche restano da verificare e che, come abbiamo visto, i "feedback" che arrivano dagli oceani sono spesso lenti e apparentemente non chiari, Rogers ha sottolineato il fatto che ci troviamo in presenza di un cambiamento molto rapido e su larga scala che dovrebbe rappresentare una preoccupazione estremamente seria, considerati i limiti del mare nel sostenere la vita sul pianeta. E’ per questo motivo che la comunità scientifica chiede di mettere in campo un’iniziativa che permetta di sviluppare le conoscenze sull’acidificazione degli oceani, ed è per questo che l'UNESCO chiede la realizzazione di un meccanismo internazionale in grado di trattare specificamente questo problema affinché la questione non resti ai margini dei negoziati sui cambiamenti climatici.

Assorbendo enormi quantità di carbonio e calore dall'atmosfera, gli oceani del mondo hanno finora contribuito a proteggere gli ecosistemi terrestri e gli esseri umani dagli effetti peggiori del riscaldamento globale, ma ciò sta comportando mutamenti profondi sulla vita marina. Del resto, come abbiamo visto, la capacità del mare di assorbire CO2 è comunque limitata e il suo riscaldamento compartecipa allo scioglimento dei ghiacci polari in una catena di eventi che hanno effetti globali.

Considerato che c'è un ritardo temporale di diversi decenni fra il rilascio del carbonio in atmosfera e gli effetti sui mari, ciò significa che una ulteriore acidificazione ed un ulteriore riscaldamento degli oceani sono al momento inevitabili, anche se la nostra specie riuscisse a ridurre drasticamente e molto rapidamente le emissioni di gas climalteranti.

Inoltre, il riscaldamento globale incrementa il fenomeno conosciuto come “deserto oceanico”. É noto infatti che le acque fredde sono ricche di sostanze nutrienti fondamentali per le catene alimentari marine e che invece gli strati superficiali, generalmente compresi tra una profondità di 30 e 100 metri, risultano più caldi e più stabili. A causa dell'irradiamento solare, la dilatazione dell'acqua che si manifesta al di sopra dei 4 °C provoca una minore densità degli strati superficiali rispetto a quelli sottostanti e ciò costituisce un vincolo per la vita oceanica.

Durante la primavera i produttori primari sfruttano al massimo i nutrienti presenti negli strati superficiali via via sempre più caldi, fino a quando questi tendono ad esaurirsi e i detriti precipitano sul fondo. A questo punto, senza più cibo, le forme viventi presenti in superficie si riducono in modo drastico andando a costituire una sorta di “deserto” in mare.

Così, mentre nei mari freddi le acque superficiali rimangono al di sotto dei 10 °C e riescono a rimescolarsi con gli strati profondi ricchi di sostanze nutrienti producendo vita, negli oceani caldi questo non avviene.

La cattiva notizia è che già oggi, solo il 20% circa degli oceani ha caratteristiche fredde e che, con il progressivo riscaldamento del mare, questa percentuale è destinata a diminuire, “spostandosi” sempre di più verso le aree polari. Poiché in questo periodo storico le emissioni continuano ad aumentare e la temperatura media a salire, lo scenario che abbiamo di fronte appare tutt'altro che rassicurante.