L’importanza di un’identità


di Mariella Gavarini


La tragedia dei roghi che hanno devastato la Sardegna e che, al momento in cui scrivo, sembrano essere stati domati e sotto controllo racconta tante cose. Moltissime sono state dette in questi giorni da persone ben più competenti di me in ambito politico, economico, sociale e ambientale.

C’è però una riflessione particolare che ha suscitato in me la grande quantità di interesse e

coinvolgimento destata da alcuni dettagli visti e stravisti sui media, dove sono girate velocemente e diffusamente alcune precise immagini e alcune storie.

Mi riferisco, ad esempio, alla vicenda terribile di Sa Tanca Manna, il magnifico oleastro millenario scarnificato dall’incendio ma forse sopravvissuto. O all’immagine della volpe asfissiata dal fumo e adagiata nella morte in un landa desolata di cenere e tizzoni. O ancora alle foto delle pecore bruciate o del cavallo ustionato e preso in cura.

Mi sono chiesta: perché tanta (giusta e lodevole) partecipazione emotiva per questi drammi di alcuni esserei viventi, ma non per altri? (Qui volutamente non considero i drammi umani solo perché in questo momento desidero focalizzarmi su altro).

Per esempio, ed è il caso che mi ha colpita di più, cosa ha spinto tantissime persone, me compresa, a ricondividere sui social la notizia che forse il patriarca arboreo si salverà?

Ho provato a darmi una risposta, nel mio piccolo.

Quell’albero aveva un nome, non era un albero qualunque.

Aveva un nome come hanno di solito gli alberi patriarchi del nostro mondo.

Aveva un nome perché era speciale, perché aveva circa 2000 anni, perché era un elemento essenziale del suo paesaggio, perché era famoso e super fotografato in selfie, foto di gruppo o autoscatti.

Semplicemente, aveva un’identità.

La piccola volpe era anonima, ma qualcosa nelle sua sfortunata vita l’ha resa speciale: qualcuno l’ha notata, fotografata e presentata come emblema delle vittime sacrificali di questo orrendo rito da piromani.

Insomma ha cessato di essere una volpe qualunque, ha acquisito un’identità. Chissà quante altre volpi e tassi e cinghiali e ghiri, scoiattoli, uccelli di tutte le dimensioni, rettili, vermi e insetti sono morti come lei, ma lei è stata fotografata, la sua immagine è diventata un’icona, suo malgrado.

Mi sono fatta l’idea allora che gli esseri viventi diventano, per la maggior parte di noi, significativi solo quando qualcosa li distingue dal resto di quell’indistinta massa che è la natura.

Ciò di per sé non sarebbe del tutto negativo, a mio parere, poiché è preferibile riconoscere

comunque un diritto ad esistere e a contare almeno per loro, piuttosto che l’indifferenza assoluta per i nostri compagni di viaggio.

Del resto basti pensare a quanto siano degni di attenzione generale cani e gatti; non mi riferisco alla cura che si ha per loro, doverosa visto che ne diventiamo responsabili nel momento in cui li accogliamo nella nostra casa. Mi riferisco a quanto siano resi protagonisti, loro malgrado, di video, foto, meme, gruppi ad hoc, condivisi all’infinito.

E perché essi hanno questo diciamo privilegio mediatico? Perché noi assegniamo loro un’identità, a cominciare da un nome scelto con somma cura.

Allora queste riflessioni mi hanno portata ad inquadrare la questione in un’ottica di ecologia

profonda, cioè nell’idea che i viventi e la natura abbiano un valore in sé e non perché glielo

attribuiamo noi per qualche motivo, che sia per affetto o utilità non importa. Non è necessario che ci scomodiamo a trovare un modo per distinguerli e renderli quindi degni di un’identità perché l’hanno già, sono Vita.

E la stessa dignità hanno le montagne, i fiumi, i mari, ogni ciottolo sul nostro cammino in questo sistema complesso che abitiamo come parte integrante.

Il trasporto emotivo che ha prodotto nelle persone la vicenda di Sa Tanca Manna è giusto,

sacrosanto. Ma come potrebbe essere il nostro pianeta se la stessa grande partecipazione emotiva, affettiva direi, lo stesso desiderio che ce la faccia, che si salvi, che continui ad essere parte del suo ecosistema ci fosse per ogni albero che scellerate azioni umane uccidono, in maniera diretta o in maniera indiretta con gli eventi climatici estremi?

Come potrebbe essere il nostro pianeta se la maggior parte delle persone provasse compassione per tutti gli animali, per il solo fatto che esistono, e riconoscesse loro il banale diritto di vivere secondo natura, nel loro giusto habitat, secondo la loro etologia? (anche se fossero le tanto odiate (da noi) zanzare, sostentamento delle tanto amate (da noi) rondini).

Ho detto che non avrei considerato drammi umani ma non ci riesco.

Questa stessa necessità di avere il privilegio di un’identità per attirare la benevolenza di tante persone vale anche per i nostri simili.

Basta anche una foto, purché ci sia attaccata una storia: un piccolo riverso sulla spiaggia su cui è finito il suo viaggio, una mamma che stringe il suo bimbo nell’ultimo abbraccio, una giovane che muore in un ingranaggio, un giovane che muore sotto il sole nei campi….

Allora ecco che dalla massa indistinta dei migranti, dei morti sul lavoro, degli offesi del mondo si distacca l’identità di qualcuno e ci colpisce.

E mi torna a mente la domanda di prima: come potrebbe essere la nostra società se la maggior parte delle persone provasse compassione per i propri simili, semplicemente perché esistono?



Mariella Gavarini vive a Fosdinovo, in Lunigiana, dove si è stabilita per scelta dopo i lunghi anni trascorsi a Pisa. Insegna Matematica e Scienze alla scuola secondaria di I grado e da una ventina d'anni si interessa di tematiche ambientali, svolgendo un ruolo di attivista che l'ha aiutata ad acquisire una certa consapevolezza dei problemi che affliggono l'ambiente, ma anche a conoscere alcune delle possibili soluzioni. Fa attivamente parte dell'Associazione FosdiNuovo, associazione culturale che da sette anni ha messo al centro della propria azione i temi ambientali ed in particolare i cambiamenti climatici.