L'olocausto dei disobbedienti


Si può uscire di casa per andare al lavoro e venire trucidati con colpi di pistola sparati alla testa da un commando di assassini che resteranno impuniti? E' quello che è capitato a Samir Flores Soberanes, attivista ambientale messicano, delegato del Consiglio Nazionale Indigeno e membro del Fronte dei popoli in Difesa della terra e dell'acqua.

La sua colpa?

Essersi opposto alla realizzazione del Proyecto Integral Morelos (Pim), un piano che prevede la realizzazione di un enorme gasdotto, gestito dall'azienda italiana Bonatti e dal colosso spagnolo Elecnor, che dovrebbe trasportare nove miliardi di litri di gas naturale al giorno, ponendo a serio rischio le riserve idriche dei popoli indigeni.


Samir Flores Soberanes


Come Samir, sono almeno 1.500 negli ultimi 15 anni, i difensori dell'ambiente e delle comunità locali, che per analoghi motivi sono stati uccisi barbaramente.

Il dato riguarda tutti i paesi del mondo (si stima però che il numero sia ben più alto perché molti casi non sono stati denunciati) con il triste primato che spetta all'America Latina, dove si sono consumati i due terzi degli omicidi.

Difendere il territorio, le risorse naturali e la gente che ci vive, è molto rischioso, specialmente quando si è criminalizzati e vessati proprio da quelle autorità che dovrebbero contribuire alla tua protezione.

Berta Caceres, leader del popolo indigeno Lenca e fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell'Honduras, assassinata dopo che era riuscita ad evitare la costruzione di una diga sul Rìo Gualcarque


La quota maggiore delle violenze è stata riscontrata a danno degli attivisti che organizzano campagne di informazione e iniziative popolari contro i progetti legati alle attività estrattive ed energetiche, la deforestazione e l’agricoltura su larga scala ma che riguardano anche il contrasto al bracconaggio, la pesca abusiva e il commercio di specie rare.

Oltre ai membri dei gruppi indigeni, sono stati uccisi anche avvocati, giornalisti, guardie forestali, piccoli agricoltori, familiari delle vittime. Appena il 10% dei criminali che si sono resi responsabili dei delitti deve fare i conti con la giustizia, perché è noto che gli assassini possono trovare aiuto tra gli esponenti della polizia, degli organi governativi o del sistema giudiziario.

Edwin Chota, peruviano, ucciso perché lottava contro il disboscamento della foresta Amazzonica, la corruzione e il traffico di droga che scorre lungo i suoi fiumi


Secondo alcuni osservatori, esiste infatti un vero e proprio “consorzio della morte” costituito da tre livelli: le persone assoldate per eseguire gli omicidi, chi li ha organizzati e chi li ha finanziati. Chi fa parte degli ultimi due rappresenta l'elite degli uomini d’affari, dei politici e dei latifondisti che non conoscono limiti alla loro protervia e ingordigia.

Se è un fatto che la violenza estrema come rappresaglia contro chi protegge il suolo, l’acqua e le foreste si manifesta più di frequente in paesi caratterizzati da alti livelli di corruzione e da uno stato di diritto debole, ciò non deve far pensare che il problema riguardi solo questi luoghi. In realtà, gli attivisti ambientali e i movimenti ecologisti, i disobbedienti che reagiscono alla sempre più forte pressione nei confronti degli ultimi ecosistemi integri e della loro straordinaria ricchezza, sono sotto attacco ovunque, e il filo rosso che unisce questa infinita spirale d'odio è costituito dagli affari sporchi alimentati dall'appetito di speculatori locali e di grande aziende multinazionali che per raggiungere i propri obiettivi sono disposti a violare la legge (quando c'è) o ad addomesticarla, rendendo possibile l'attacco "istituzionale" al patrimonio naturale.

Isidro Baldenegro, messicano, ucciso perché difendeva le selve della Sierra Madre guidando la lotta del popolo indigeno Tarahumara.


I "nemici dello stato", così ad esempio sono stati definiti gli ambientalisti nelle Filippine, costituiscono quindi un ostacolo che va superato o eliminato dalla strada del "progresso" che prosegue senza sosta nello sfruttamento del pianeta, che provoca l'emarginazione dei nativi e la dura repressione di chi si oppone ad una visione del mondo distruttiva e unicamente centrata sul profitto.

Spesso, c'è dunque una violenza intrinseca dentro alle merci e ai servizi che acquistiamo, e questa violenza, fatta anche di crimini orrendi, è frutto di accordi più o meno occulti, di leadership sul mercato, di relazioni tra politici sorridenti che si stringono le mani per siglare una partnership commerciale senza alcun riguardo per i diritti civili e senza porre questioni sui fatti denunciati dalle organizzazioni internazionali che si occupano del tema.

Il sangue dei martiri che hanno dato la loro vita per difendere pacificamente beni naturali che non hanno prezzo e che hanno diritto di essere protetti in quanto tali, scorre in mezzo a noi e alla nostra indifferenza.

C'è solo un modo per rendergli onore e per fare in modo che il loro sacrificio non sia stato vano: non dimenticarli, impegnarsi in prima persona e sostenere ovunque l'azione che hanno iniziato.


Fonti: Global Witness, Scientific American, Nature Sustainability, World Justice Project, Transparency International.