La cattiveria



Si narra, che la cattiveria, vedendosi rifiutata da tutti gli animali, trovò rifugio nell'uomo.

Se prendiamo alla lettera la tradizione filosofica-religiosa-culturale che ha prevalso in occidente (e non solo), gli animali (dal latino animalis "che da vita"), non possono essere considerati cattivi perché semplicemente non hanno un'anima, e la cattiveria, ovvero la disposizione a fare del male, lo stato di malignità o malanimo, come dice la parola stessa, riguarda solo coloro che un'anima ce l'hanno.

In effetti, anche nei gesti più orribili (secondo il nostro punto di vista), gli animali seguono un comportamento innato dettato dall'aggressività che, come ci ha spiegato il premio Nobel Konrad Lorenz, ha fini conservativi ed adattivi ed è cosa ben diversa dalla cattiveria.

Secondo l'etologia dunque, gli animali non sono cattivi non perché non hanno un'anima ma perché l'anima animale (istinto, apprendimento e affettività nelle specie più evolute) non conosce la distinzione tra il bene e il male: una prerogativa umana che sorge con la morale e di conseguenza con l'etica.

Gli individui della nostra specie possono infatti agire in modo cattivo proprio perché questa distinzione la conoscono e dunque, quando esercitano il male, lo fanno per il puro piacere di farlo o per la convinzione che sia giusto farlo, violando i valori della morale senza alcun senso di colpa.

L'essere umano, esattamente come un'altra specie animale, può essere aggressivo per difendersi, per difendere o per procurarsi del cibo, ma questo ovviamente non comporta l'esercizio del male.

Si pone dunque una differenza sostanziale tra aggressività e distruttività.

Ma c'è un fatto che è indiscutibile: l'azione che storicamente una certa cultura esercita sui singoli e sui gruppi e questa si che può sollecitare l'esercizio della cattiveria, sia a livello individuale che su scala collettiva.

Si tratta della propensione a fare del male che conduce all'avversione, all'odio, al sacrificio rituale, alla guerra e allo sterminio di massa. Un comportamento che colpisce l'intera gamma di ciò che è vivente e che si rivolge duramente contro la stessa specie umana.

Nelle sue analisi su questo tema, l'antropologia culturale ci ha dimostrato che le culture distruttive in realtà non sono sempre state maggioritarie tra i gruppi umani e che queste si sono rafforzate e imposte solo quando un certo tipo di filosofia-religione e di organizzazione gerarchica, hanno assunto un ruolo primario, spingendo oltre modo talune inclinazioni personali ed esaltando la pratica della violenza come costante comportamentale per prevalere sui propri simili e sulla natura, per ottenere ricchezze e per detenere il potere.



Più in generale il prevalere della violenza in una società si manifesta quando si "abbassa" o si annulla il vincolo morale e la percezione dell'altro come parte di se stessi, come frammento dell'insieme di cui facciamo parte, come elemento della propria "umanità"intesa come capacità di provare compassione.

Dunque, la diffusione della cattiveria, ovvero "il male per antonomasia", è si da considerarsi un tratto specifico della nostra specie ma sopratutto sotto forma di potenzialità che in determinate condizioni socio culturali trova l'opportunità per esprimersi ed espandersi senza limiti.

Consideriamo infine il disagio e la malattia psichica che in quanto tali non possono essere definiti -tout court- come cattiveria, almeno che non si prenda in considerazione quella che in psicoanalisi viene chiamata la "pulsione di morte" (innata o acquisita e tra le due versioni c'è una differenza fondamentale) che da sola, sia pure in un contesto sociale, sarebbe sufficiente ad alimentare la distruttività nella forma della perversione finalizzata ad ottenere superiorità e onnipotenza.

La "pulsione di morte" circola tra gli umani come un virus estremamente contagioso.

Dal livello individuale (il disagio personale) a quello collettivo (il male diffuso), la distruttività si volge contro le radici stesse della vita e una società "cattiva" non ha futuro.