Lo stato stazionario


Un'intervista di Tiziano Rugi al grande economista ambientale Herman Daly.


Il professor Herman Daly, dalla sua casa nel Maryland, a 83 anni, non si stanca di mettere in guardia sul futuro: “Se non abbandoniamo il paradigma della crescita economica distruggeremo l’ambiente e scoppieranno guerre per accaparrarsi le ultime risorse naturali rimaste”, avverte.

Per impedire l’inevitabile saccheggio delle risorse naturali, Daly ha teorizzato un’idea di economia fondata sullo stato stazionario: una condizione in cui la crescita economica, della produzione e dei consumi è pari a zero, e la popolazione e il tasso di occupazione sono costanti per evitare fratture sociali.

Daly, per un breve periodo di tempo economista ambientale della Banca Mondiale, pubblicò il primo libro in cui introduce il concetto di economia di stato stazionario (Steady State Economy) nel 1977, quando Jimmy Carter iniziava il suo mandato da presidente degli Stati Uniti e la Rai in Italia trasmetteva per la prima volta a colori.

Eppure, in un mondo così diverso rispetto a quello di allora, dal punto di vista della devastazione delle risorse naturali, le cose non hanno fatto altro che aggravarsi. E se le teorie economiche neo-liberiste non verranno abbandonate per tempo, sostiene il professore, la situazione peggiorerà ulteriormente.


Professor Daly, le nazioni occidentali per uscire dalla crisi post-pandemica puntano sugli investimenti per stimolare la crescita. Questo approccio danneggerà l’ambiente?

Gli investimenti sono necessari in qualsiasi sistema economico. Quello che caratterizza un’economia di stato stazionario è che gli investimenti maggiori vengono fatti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella sanità pubblica e diminuiscono gli investimenti più orientati al mercato, nelle spese militari o nelle esplorazioni spaziali.

Molte società occidentali sono caratterizzate anche da alti tassi di disoccupazione. Un’economia di stato stazionario, dove il capitale umano è costante e non c’è crescita economica, sarà in grado di riassorbirla? O saranno necessari interventi come il reddito universale?

Un minimo di disuguaglianza sociale, anche in un’economia di stato stazionario, è inevitabile. Si può, però, intervenire con politiche come un reddito minimo universale e un tetto salariale, oltre a un’elevata tassazione sulle successioni. Nel mercato del lavoro, per limitare la disoccupazione, si può ridurre l’orario di lavoro giornaliero o settimanale, incoraggiare il job sharing, in cui i dipendenti si impegnano a condividere un’attività lavorativa, aumentando così il tempo libero degli individui.


Quali normative e interventi pensa siano necessari per ridurre l’inquinamento, il consumo di energia e lo sfruttamento del suolo?

Per prima cosa è necessario limitare il consumo di energia, a partire dai combustibili fossili. Questo obiettivo può essere raggiunto con un sistema per lo scambio delle quote di emissione, a cui aggiungere una carbon tax sull’estrazione dei combustibili fossili e varie tasse sulle attività inquinanti.

Il maggior costo delle risorse che ne conseguirà spingerà all’innovazione e alla ricerca di tecnologie per migliorare l’efficacia nel loro utilizzo, oltre che a consumi più frugali. Le risorse provenienti dalle aste per le emissioni e dalle tasse sull’inquinamento saranno utilizzate per finanziare il reddito universale e investimenti nei beni pubblici.

In che modo un governo può mantenere un’economia nella condizione di stato stazionario? Le forze del mercato non spingeranno inevitabilmente verso la crescita?

Individuando un tetto massimo al volume che può raggiungere un’economia e al consumo delle risorse. L’economica di stato stazionario è semplicemente questo: limitare la crescita quantitativa dell’economia, lasciandola libera di svilupparsi qualitativamente, con progressi nella tecnologia, nell’etica e nella società.

Quando in un’economia di stato stazionario il mercato non genererà più eccessi nella produzione o nelle disuguaglianze, non ci sarà ragione di abbandonarlo. La scelta politica sarà in che misura seguirlo. Naturalmente le limitazioni al mercato restano fondamentali per impedire la formazione di monopoli, in particolare per quanto riguarda i beni non rivali e non escludibili, ovvero i beni pubblici.

Sicuramente le forze del mercato spingeranno nuovamente verso la crescita, ma l’introduzione delle aste sulle emissioni e specifiche tassazioni limiteranno la tendenza all’eccesso di produzione, mentre reddito minimo universale e tetto salariale ridurranno la capacità di generare disuguaglianze. Anzi, a queste condizioni, i prezzi di mercato diventeranno un sistema più veritiero per misurare il valore di un bene rispetto a quanto lo siano stati finora.


Saranno indispensabili anche cambiamenti nei comportamenti dei consumatori e nello stile di vita delle persone nel passaggio a un’economia di stato stazionario?

Sì, sicuramente cambiamenti individuali nelle persone sono necessari, ma non sufficienti. Sono necessari per applicare e seguire le regole dell’economia di stato stazionario, ma insufficienti senza il supporto politico delle istituzioni.

Pensa sia “reversibile” un sistema economico come quello attuale dove la politica, anche a livello di grandi potenze, è influenzata dalle multinazionali, in particolare del web e dell’intelligenza artificiale?

Le tecnologie digitali hanno consentito la nascita di monopoli in aree in cui prima non era possibile a causa dell’inaccessibilità e della frammentarietà delle informazioni a disposizione. L’informazione è un bene non rivale, cioè che può essere consumato in contemporanea da più persone, e il suo accesso non dovrebbe avere un costo, né tantomeno essere monopolizzato dai privati.

Amazon, Google e Facebook non andrebbero abolite, ma regolate come fossero aziende di pubblica utilità e non tollerate come monopoli privati. E questo vale sia in un’economia di stato stazionario, sia nell’attuale sistema economico.


Come conciliare il concetto di una popolazione costante in un’economia di stato stazionario e i fenomeni migratori di massa degli ultimi anni?

La politica delle frontiere aperte in presenza di migrazioni di massa, sebbene spesso sia motivata dalla generosità, nasconde anche interessi per una manodopera a basso costo nella nazione che accoglie, mentre i Paesi di provenienza riducono la pressione sociale che li costringerebbe a fare delle riforme.

Certo, ci sono anche i rifugiati obbligati a migrare dalle guerre e dai disastri climatici. In ogni caso, bloccare la crescita delle nazioni ricche è indispensabile per eliminare i motivi che originano le migrazioni incontrollate, che a loro volta determinano un ulteriore sovra sfruttamento delle risorse nelle nazioni di approdo.

Un’economia di stato stazionario richiede che le nascite più l’immigrazione siano uguali alle morti più l’emigrazione. Le nazioni occidentali dovrebbero decidere in maniera democratica quanti migranti accogliere e accettare gli effetti della riduzione del tasso di natalità per mantenere il livello di popolazione costante.

L’economia di stato stazionario è incompatibile anche con la totale libera circolazione delle merci. I confini nazionali non dovrebbero essere né impermeabili né aperti, ma regolati in base all’interesse pubblico, stabilendo i flussi di persone, beni e capitali che possono attraversarli.


Quale può essere il contributo dell’economia circolare per il raggiungimento di un’economia di stato stazionario?

L’economia circolare richiede di riciclare i materiali al massimo grado possibile, di riutilizzare i beni, di puntare sulla durevolezza e la riparabilità dei prodotti. Un’economia di stato stazionario è pienamente d’accordo con queste soluzioni. Tuttavia, penso ci sia un problema legato al termine “economia circolare”.

Il processo metabolico dalle risorse naturali al rifiuto, che fa parte del ciclo vitale di un’economia e di ciò che essa produce, non è circolare. Semplicemente non può esserlo, a causa delle leggi della termodinamica. L’energia non è riciclabile e anche la materia può esserlo solo in maniera parziale. Gli animali non hanno caratteristiche di circolarità nei loro apparati digestivi e allo stesso modo non ne ha l’economia.

L’enfasi posta dall’economia circolare sulla necessità di vivere entro i limiti dei cicli della natura è un passo nella giusta direzione, ma più attenzione andrebbe posta sulla necessità di arrestare la crescita della produzione e della popolazione, come richiede un’economia di stato stazionario.

Il termine “economia circolare”, infine, mi ricorda l’erroneo diagramma di flusso circolare tra imprese e consumatori che troviamo nel primo capitolo dei tradizionali libri di testo di economia. La realtà, però, è molto più complessa.

Cosa ne pensa dell’economia della ciambella e del movimento per la decrescita?

Mi è piaciuto il libro di Kate Raworth L’economia della ciambella. Ho anche scritto una recensione molto positiva, nonostante il titolo (sorride ndr). All’interno ci sono molte critiche puntuali all’attuale sistema economico e a come viene insegnata l’economia nelle università e per questi motivi ha suscitato grande interesse e dibattito pubblico. Personalmente avrei sperato fosse più critico della teoria della crescita e di alcuni aspetti dell’economia circolare, ponendo maggior attenzione al tema della sovrappopolazione. Ma nel complesso penso sia un ottimo libro.

Il movimento per la decrescita ha il merito di attaccare in modo esplicito la teoria neo-liberista della crescita e l’idea che sia possibile superare i limiti imposti dall’ambiente. È un movimento giovane, ma con delle radici solide. Preferirei offrisse politiche più specifiche su come arrivare alla decrescita, invece di insistere solamente sul concetto di “decrescita” e si confrontasse, invece di evitarli, con i temi dell’aumento della popolazione e dell’immigrazione. Sicuramente, però, sono d’accordo con loro, poiché per raggiungere un’economia di stato stazionario nelle nazioni occidentali sarà necessaria una fase di decrescita.


pubblicato in Economiacircolare.com