Razzismo ieri, oggi e domani.Il caso Floyd e la statua di Edward Colston.


C'è un nesso evidente tra la drammatica morte di George Floyd e l'abbattimento della statua di Edward Colston. Il primo tragico fatto avviene nel contesto di un Paese sempre più diviso e sempre più compromesso dalle decisioni di un presidente e di una consorteria politica non solo ottusa ma letteralmente feroce e palesemente imbarazzante per una consistente parte degli stessi cittadini americani.Il secondo fatto avviene a Bristol, una città aperta e progressista del sud dell'Inghilterra, in cui accade che la statua di un suo famoso imprenditore venga abbattuta e gettata nelle acque del porto durante una manifestazione di protesta antirazzista.

Ma chi era e che cosa ha fatto l'illustre Edward Colston ?

Noto come filantropo e benefattore nella città che gli ha dato i natali, quest'uomo è stato un mercante di schiavi. Nel 1680 acquistò quote della Royal African Company e per oltre un decennio partecipò attivamente al commercio di avorio, oro e per l'appunto di donne, uomini e bambini che con la violenza furono sottratti ai loro villaggi e ai loro cari, per essere venduti all'asta sui mercati americani della costa orientale dell'allora colonia britannica.

Convinto conservatore, anticattolico e antiliberale, Colston finanziò tutte le principali chiese anglicane della città e fu membro del parlamento inglese per il collegio di Bristol dal 1710 al 1713. Operando in diversi settori del commercio e della finanza, accumulò una grande fortuna e non essendosi mai sposato, spese parte del suo capitale per le istituzioni caritatevoli della città, contribuendo generosamente alla costruzione di scuole e ricoveri per la popolazione indigente. Il suo funerale fu celebrato con grande partecipazione popolare, in particolar modo dei ceti meno abbienti che avevano beneficiato delle sue opere.

Ecco, il punto è questo.La partecipazione popolare e il pianto collettivo per un uomo che ha operato il "bene" nella sua città utilizzando i proventi di una attività criminale, non è un fatto del passato ma una ordinaria consuetudine tipica del nostro mondo, anche a centinaia di anni di distanza. E' una consuetudine fondata su un presupposto fallace e deviante, quello del non guardare da dove vengono i soldi, il che non solo è tipico di una arroganza di parte ma di quella parte che fonda i propri legami, la propria solidarietà interna e i propri miti, su un concetto di appartenenza etnico e localistico, pervaso di supposta superiorità e di fede cieca nel gruppo di riferimento.

E' di attualità, perché in tempi di crisi generalizzata è fin troppo semplice cadere nella trappola del povero contro povero declinata sotto l'insegna del conflitto tra etnie e tra "chi ha un diritto di nascita" e chi questo diritto non c'è l'ha. Del resto è questo il modello classico su cui si fonda "l'ideale" della demagogia populista e dal quale si è attinto e si attinge per costruire regimi nazionalisti, autoritari e xenofobi.

Superfluo argomentare che il concetto stesso di identità etnica fa parte di un processo culturale in continua evoluzione, spingendo più o meno chiaramente sulla rappresentazione che il diverso colore della pelle (della lingua, dei costumi, delle tradizioni...) significa diversità intesa come ostacolo, incomunicabilità e pericolosità sociale, si diffonde un messaggio che tra i più giovani e tra gli adulti che non hanno sufficienti strumenti di lettura della realtà , può determinare comportamenti estremamente gravi.

La forza della presenza e del rigurgito razzista, mai sopita e per questo in qualche modo sempre presente tra le pieghe di una società insoddisfatta e sistematicamente violenta, è alimentata da questa semplificazione e trova conforto nella diffusione di aberranti idee fondate sia sulla ineguaglianza biologica e sulla gerarchia tra le razze, quanto su credenze fondamentaliste che per loro natura si strutturano in una visione del mondo unitaria, auto referente, irrinunciabile e apodittica (che non necessita di dimostrazione, che è evidente in sé).

Il racconto della superiorità del gruppo (e del singolo che ne fa parte) può infatti affascinare e non richiede elaborate analisi mentali.L’intolleranza e l’avversione per il “diverso” trovano così terreno fertile specialmente in quei luoghi di confine dove è difficile vivere insieme, o meglio, dove è difficile vivere. L'impunità reale o presunta, per chi compie violenza sul diverso, è un elemento non secondario della narrazione in chiave razzista e non potrebbe essere altrimenti se si considera che in quest'ottica non vi dovrebbe essere punizione per colui che, come scrisse Joseph-Arthur de Gobineau, si oppone alla decadenza della storia dell’umanità provocata dalla “contaminazione razziale”.

La morte di George Floyd (non la sola e verosimilmente non l'ultima) è dunque il frutto di una ideologia drammaticamente attuale che troppo spesso passa sottotraccia nella forma del non esplicitamente detto ma dell'implicitamente vissuto, quella del tipo: "non sono razzista però..." Una forma subdola e pericolosa che non riconosce le ragioni della storia né della scienza ma che antepone a tutto e a tutti, il proprio egoismo e la "falsa" percezione di far parte di coloro che "tengono in piedi la civiltà", anche nelle sue forme istituzionalizzate.

Conosciamo gli strumenti che servono a contenere la follia razzista ma come comunità non li adoperiamo, quantomeno non abbastanza, ed è per questo che il percorso di risanamento dalla menzogna e della prevenzione della barbarie è costantemente in salita, in specie quando la venatura razzista e la sua politicizzazione rappresentano un fenomeno non marginale.

L'abbattimento della statua di Colston rappresenta un'atto emblematico che da una risposta evocativa all'inerzia delle amministrazioni civiche che non l'anno mai rimossa. Per essere tale, l'atto simbolico deve contenere il massimo del significato e della visibilità pubblica e non può essere confuso con la rabbia cieca della distruzione fine a sé stessa.

E' un segnale di non rassegnazione, della volontà di esserci e di farsi sentire, del reclamare la libertà di aderire ad un'altra visione della vita che senza negare le difficoltà che pure esistono e che vanno affrontate, pone le sue basi sul rispetto dell'alterità, sull'inclusione, sulla compassione intesa come piena capacità di condividere il dolore altrui, la dignità altrui.

Lavorare ogni giorno per la diffusione di una cultura e di una consapevolezza che ha come obiettivo ultimo quello di debellare il virus più osceno che può concepire la mente umana, non è solo una questione morale ma un atto di ribellione concreta all'indifferenza e alla sua mortale capacità di generare mostri.