Sulla ricchezza



di Max Strata


La ricchezza non mi piace e a maggior ragione non mi piace la "riccanza", ovvero l'ostentazione cafona di aver fatto i soldi.

Mi sono chiesto se questa mia avversione abbia una causa inconscia, poi ho concluso che l'idea di impegnare la vita nel cercare di diventare ricco semplicemente non mi ha affascinato. L'invidia pertanto non mi tange.

Da piccolo mi ha invece colpito quel passo del Vangelo sul cammello, sulla cruna dell'ago, sul ricco che non entra nel regno dei cieli. Una volta diventato adulto non ho più aspirato al regno dei cieli ma il significato profondo di quel passo è rimasto in me.

La ricchezza, a mio avviso, può fare solo rabbia e pena al tempo stesso.

Rabbia, perché l'eccesso di profitto e di rendita, sono cose ben poco sane considerati i numerosi risvolti negativi che generano sia sul piano morale che su quello sociale.

Pena, perché nonostante i loro privilegi i ricchi portano una maschera particolarmente pesante, nel senso inteso da Pirandello.

Per puro esempio, nella nostra società si può provare a catalogare il mondo dei ricchi in tre tipologie.

  1. Il benestante (agiato, facoltoso) ovvero chi guadagna molto bene e non ha debiti, ha una casa salubre e spaziosa o magari ne ha due o perfino tre, che dispone di assets finanziari e si può permettere vacanze esotiche, che dispone di un'auto costosa, ecc.

  2. Il possidente, ovvero chi non lavora ma ha una o più rendite cospicue fornite dalla proprietà e dalla locazione di case o di altre proprietà immobiliari, esercizi commerciali, ecc.

  3. Il magnate, ovvero un pezzo grosso del mondo industriale o finanziario.

In tutti i casi, seppur con gradi diversi, questa idea di ricchezza si fonda sul possesso e sulla disponibilità di beni materiali, come è particolarmente evidente nel sistema sociale ad economia liberista. Nelle società dove è diffusa l'emulazione della ricchezza (comprese quelle pseudo-comuniste), questa "via" appare come la principale a cui tendere, il fine da raggiungere, senza guardare che cosa comporta l'accumulo di beni in termini di sottrazione di materia ed energia al mondo naturale, di danno agli ecosistemi e in termini di privazioni recate alle comunità umane. La ricchezza coincide inoltre, direttamente o indirettamente, con il potere e con la sue gerarchie.

Superfluo aggiungere che ciò è possibile in forza della proprietà privata, intesa come possibilità di disporre di oggetti, edifici, terreni, ecc. senza alcun tipo di limitazione quantitativa o qualitativa. Non è un caso se è in funzione del sistema economico imperante che si sono raggiunte concentrazioni di ricchezza mai avute prima.

Il report annuale 2020 del Credit Suisse, ci informa che solo un 1% degli individui possiede il 43% di tutta la ricchezza mondiale e che all'interno di questo 1% ci sono 175 mila super-ricchi (meno dello 0,1% della popolazione mondiale) che da soli detengono il 25% della ricchezza totale.

Benché gli squilibri, le diseguaglianze, le tensioni, la precarietà e lo sfruttamento derivato dall'applicazione delle "leggi" del mercato che permettono ad alcuni di essere decisamente ricchi e potenti siano palesi, la quasi totalità di noi da per scontato che questo modello sia comunque non sostituibile, forse in parte riformabile ma che alla fine, "ob torto collo", sia l'unico possibile.

In questa prospettiva, la ricchezza assume quindi non solo un ruolo "economico" ma uno status esistenziale, una condizione "sovraumana". Il ricco diventa emblema di una possibilità, colui che "dà lavoro" e che in qualche modo è indispensabile alla società.

Ovviamente si tratta di una percezione distorta, di una forzatura culturale, se non altro perché la ricchezza non si fonda su presupposti di equità sociale, perché non può essere per tutti, ne per la maggioranza, in quanto essa prevede dipendenza, marginalità o nel migliore dei casi, l'ordinarietà salariata delle masse.

In termini relativi è scontato che alcuni possano avere più di altri grazie alle loro capacità professionali o alla loro utilità sociale: ma quanto di più? Un tendenziale sempre di più?

Nelle società attuali, la subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e il diritto al loro uso in quanto cardine di un giusto ordinamento sociale, sono diventati pura teoria. L'ipoteca sociale infatti grava sempre meno sul concetto di espansione privata dell'economica, in specie quando questa è una azienda multinazionale. L'accumulo e la gestione di capitali hanno avuto in questo modo la possibilità di assumere un'influenza globale.

Prima ancora che in senso politico, è in questo senso che la ricchezza è un disvalore.

Non è necessario conoscere o condividere il pensiero socialista o anarchico per comprendere che un sistema siffatto non è compatibile con l'idea di una umanità emancipata dalla ideologia dello sfruttamento del lavoro e di una produzione industriale infinita finalizzata al profitto.

Il semplice buon senso rende chiaro che la proprietà e l'uso di immobili e di altri beni materiali e strumentali trova un limite “naturale” quando l'esercizio dell'impresa privata si fa sistema, concentra e accumula, quando rappresenta un elemento di distorsione della convivenza civile e di pregiudizio verso l'interesse generale.

E' vero che la libertà d'impresa, opportunamente inserita nel contesto di una comunità, può rivelarsi utile o addirittura determinante per lo sviluppo socio-economico di un certo luogo ma ciò dovrebbe avvenire a patto che questa non sia lasciata operare esclusivamente per sé stessa e comunque non quando non tiene conto dei suoi impatti ambientali e sociali.

Il nodo della questione riguarda la sua dimensione, il contesto in cui opera e come opera, i suoi effetti e quindi il potere che essa genera e che viene esercitato rispetto ai valori e agli interessi complessivi di una comunità.

Il mercato, come inteso dal neoliberismo, non si regola affatto da solo.

La convergenza dei capitali finanziari e gli oligopoli sono lì a dimostrarlo.

L'idea stessa che il mercantilismo sia il motore della civiltà e delle libertà individuali, che tutto sia acquistabile o vendibile, è fuorviante.

Le comunità si possono fondare su basi sociali piuttosto che meramente economiche.

Il concetto di libertà comprende infatti non solo quello (spesso malinteso) del "posso fare quello che più mi piace e andare dove voglio" ma anche quello di essere libero dalle ingiustizie, dal ricatto occupazionale, dalla sudditanza.

La pratica della sussidiarietà, della collaborazione e della cooperazione hanno mandato avanti per secoli e millenni, gran parte delle cosiddette "società arcaiche" che avevano la caratteristica di non prevedere un "surplus" di produzione e di non essere distruttive nei confronti dell'ambiente in cui vivevano.

L'ecologia sociale ci insegna che essere solidali, prendere decisioni nell'interesse comune, avere il senso di appartenenza ad un territorio, conoscere quello che può offrire e rimanere dentro le sue capacità rigenerative, costituisce un argine alla formazione del grande capitale privato e della violenza che gli è connessa. Nello stesso modo si previene e si contrasta anche la formazione dello stato totalitario.

I concetti di semplicità, condivisione, comunità e prossimità, sono antitetici all'accumulo di ricchezza personale e alla sistematica irruzione delle grandi compagnie commerciali nella vita di ciascuno di noi.

L'idea di base che tutto sia utilizzabile in vista di un profitto e di un vantaggio, che lo sfruttamento massiccio della natura e degli esseri umani non sia altro che darwinismo applicato è una falsa prospettiva, è un inganno su cui si fonda un sistema che alimenta solo desideri materiali, che impoverisce lo spirito e che conduce al conflitto.

Ci sono due aspetti del pensiero di Gandhi che oggi più che mai meritano grande attenzione: il concetto di "swadeshi", ovvero la predilezione per le cose native e per la produzione su base locale nel rispetto delle risorse presenti nel territorio, a cui si lega il principio di "asangraha" che comporta il non acquistare, consumare o accumulare merci e servizi che non sono essenziali e che si rivelano dispendiosi, dannosi e innaturali.

L'autorganizzazione comunitaria (per Gandhi fu quella delle migliaia di piccoli villaggi dell'India pre-coloniale) può oggi costituire un modello di riferimento più ampio, una risposta alla continua vessazione del potere della ricchezza, al consumo inutile e dannoso, alla logica della corporazione.

Essenzialità e tutela dei diritti fondamentali delle persone e del mondo vivente è ciò di cui abbiamo bisogno.