Cambiamento climatico. Ce ne siamo dimenticati.




Se l'anno di disgrazia 2020 passerà alla storia per la moderna pandemia globale con il suo carico di sofferenze, crisi economica, inopportuni show della politica e negazionisti di turno, lo stesso non si potrà dire per il riscaldamento globale.

Praticamente uscito dalle cronache e dal nostro vocabolario, grazie alla solita disinformazione, alla nostra disattenzione, alla voglia di profitto e alla mostruosa irresponsabilità dei governanti, praticamente solo gli addetti ai lavori si sono accorti che il cambiamento climatico non solo si consolida ma che accelera rispetto ai tempi previsti.

Ne è una conferma diretta, non solo l'insopportabile canicola che abbraccia il Mediterraneo e gran parte dell'Europa in questi giorni, ma in particolare l'anomalia termica che da oltre 6 mesi insiste su una delle zone climaticamente più delicate del pianeta: la Siberia.

Forse qualcuno ricorderà i grandi incendi che, giusto un anno fa, oltre a questa parte della Russia hanno devastato anche Amazzonia e Alaska, con ondate di calore e siccità senza precedenti in tempi storici.

Oggi, a distanza di 12 mesi, il caldo che si manifesta in quella regione conferma le attese.

Per trovare una simile condizione climatica alle porte dell’Artico bisogna andare indietro all’ultimo massimo interglaciale (Eemiano, 125.000 anni fa circa), quando la temperatura media globale era di 1-2 °C più elevata dell'attuale ma in condizioni astronomiche del tutto diverse e soprattutto in condizioni antropiche completamente differenti (pochi umani, nessuna città, nessuna infrastruttura, nessuna economia).Nonostante ciò, durante l’Eemiano la percentuale di CO2 in atmosfera non superò mai le 300 ppm -parti per milione-, mentre attualmente, a causa delle nostre attività sul pianeta, siamo oltre le 410 ppm e con un trend in costante crescita.

Sconvolge (è il caso di dirlo) il fatto che il 20 Giugno, nella cittadina di Verchojansk, è stata raggiunta la temperatura di 38 °C, mentre in località prossime al mar glaciale i valori hanno raggiunto e superato i 30 °C, quando le massime del periodo dovrebbero oscillare intorno ai 10-12 gradi in prossimità del Mare Artico, 15-18 °C nell’immediato entroterra e non oltre 20-23 °C nelle zone più continentali.

Il grande caldo ha divorato la banchisa polare registrando la minor estensione da quando vengono effettuate le osservazioni sistematiche (1979) e ha interessato 2 milioni di kmq di territorio. Il calore in eccesso ha provocato numerosi collassi di terreno causati dalla fusione del permafrost che a sua volta provoca il rilascio di metano (potente gas serra) in un drammatico circolo vizioso che alimenta senza sosta il riscaldamento globale.

In concreto, quel che accade nell'estremo nord non è più una -anomalia- ma una costante.


A quanto pare, la solidità del dato scientifico, gli effetti già presenti e i pessimi scenari previsti su scala mondiale, non ci interessano realmente.

Un turbine di ignoranza, di malafede e di pulsione suicida, ci impedisce di agire per salvare il salvabile.

Anche se con difficoltà, alla fine abbiamo compreso che cosa è necessario fare in presenza di un virus aggressivo che supera con facilità ogni confine naturale e politico ma non riusciamo a farci una ragione del fatto che, a medio termine, il caos climatico è in realtà qualcosa di ben più pericoloso e impattante.

Dal punto di vista psicologico, una spiegazione è che il virus ti entra in casa lasciandoti nel giro di qualche settimana una lunga scia di malati e di morti, ti mette in crisi il sistema sanitario, ti costringe alla chiusura delle attività, mentre il riscaldamento globale agisce su tempi più lunghi e in modo diverso da luogo a luogo, distribuendo i danni e le vittime in sequenze non sempre immediatamente visibili.

C'è poi la schizofrenia dell'elemento "tecnico", ovvero il fatto che "le risultanze scientifiche" vengono ascoltate nel caso di una pandemia ma non nel caso del "climate change"perché vissuto come avvenimento lontano e ancora più angosciante del primo, quindi inaccettabile.

Fuorviati dalle nostre abitudini, dalle nostre nevrosi e dalla incapacità di immaginare un mondo molto diverso dall'attuale in cui la predazione della natura, la violenza del quotidiano, i dogmi del mercato e la concentrazione del potere, lasciano il posto alla conservazione dei beni naturali, alla sobrietà, alla cooperazione e al -faccio con meno ma faccio meglio-, finiamo per non considerare in che razza di tunnel ci siamo infilati.

I giorni trascorsi in casa durante il lockdown non ci hanno insegnato niente. Niente sulla nostra precarietà, niente sui limiti alle nostre azioni, niente riguardo all'essenza della vita.

La Siberia è lontana, che bruci pure perché ancora non ci fa paura.


dati tecnici tratti da lamma news