DECRESCITA E PROSPERITA'



Di fronte ad una -crescita diseconomica- che accumula ricchezza solo nelle mani di pochi diminuendo il "benessere collettivo", è necessario attuare un cambiamento che non è più rinviabile. Sappiamo che è utile fare questo passaggio prima che i costi ambientali e sociali diventino catastrofici (insostenibili lo sono già), considerato che il cosiddetto decoupling -il disaccoppiamento tra crescita, utilizzo di materie prime e produzione di rifiuti- è miseramente fallito.

L'autorevole economista inglese Tim Jackson, ha ben spiegato i motivi "tecnici" per cui la ricchezza economica non è sinonimo di prosperità e ha evidenziato i presupposti per cui la recessione sociale avviene anche in economie considerate ricche e socialmente avanzate. La prosperità infatti non coincide con l'aumento del P.I.L. ma piuttosto con la tutela dei diritti e dei servizi fondamentali, con la "densità" di partecipazione alla vita sociale e con la soddisfazione del cittadino: sia sul piano della disponibilità dei beni primari, sia nella percezione di un benessere emotivo diffuso. Condizioni che il modello economico dominante non è in grado di garantire, in quanto l'estrattivismo, il produttivismo a tutti i costi e il primato del materialismo costituiscono una patologia insanabile.

In concreto, è importante affermare che la teoria e la pratica della decrescita, da un lato definiscono un'identità non capitalista -nel senso del sistema economico e sociale fondato sul capitale privato e sul mercato- , e dall'altro non comunista -nel senso di un capitalismo di stato che diverge dal primo sul piano ideologico ma non nelle conseguenze sulla biosfera e nel degrado ecologico generalizzato.- La prosperità connessa alla decrescita presuppone infatti l'esistenza di una terza via o meglio di una pluralità di percorsi che tengono presente le specificità dei luoghi e le loro caratteristiche storico ambientali: ambiti d'azione in cui le comunità locali giocano un ruolo fondamentale. E' noto che nessun economista classico può accettare la logica dei modelli di riferimento che tendono alla stabilità piuttosto che alla crescita della produzione. Questo perché l'economia classica è di fatto un'ideologia che non tiene adeguatamente conto delle variabili ecologiche e dei limiti che queste impongono: una concezione irrazionale che si fonda sull'indebitamento, sullo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro, sul conflitto prima che sull'interesse collettivo, escludendo a priori le ricadute ambientali e sociali identificate come "esternalità".

Dentro l'onda della decrescita navigano transizionisti, solidaristi, cooperativisti, bioregionalisti, attivisti dell'autoproduzione, dell'autogestione e dell'autonomia, insomma quell'umanità dalle tante possibili definizioni che è disposta a vivere in condizioni di semplicità volontaria, in regime di collaborazione e decentramento all'interno della capacità di carico del proprio territorio. Questa umanità riconosce valori intrinsecamente diversi da quelli oggi dominanti e fa parte di una vasta rete di connessioni e interazioni che ne definisce l'essenza. Le azioni per la decrescita sono dunque azioni politiche ma non appartengono alla politica degradata che rappresenta solo sé stessa, bensì a quella che si esprime nei progetti e nelle realizzazioni dei gruppi di base, nella forte pressione sulle istituzioni e sui poteri finanziari , nella possibilità di svincolarsi dalle rigidità del sistema per introdurre nuovi sistemi decisionali più condivisi e democratici. Quest'onda, con il suo ventaglio di opportunità, può generare il downshifting (lo scalare una marcia) ovvero il rallentamento della corsa verso il declino generalizzato prima che sia troppo tardi.

Perché si delinei questo percorso di cambiamento e si possa realisticamente intravedere una meta possibile, ci vuole però coraggio, energia, costanza, creatività, empatia e non da ultimo, un certo grado di unità. Ci vuole insomma una grande disponibilità a mettersi in gioco, ci vuole una visione d'insieme e l'intenzione di coinvolgere gli altri: una sorta di nuova Satyagraha, per usare l'espressione utilizzata da M.K. Gandhi.