DISTOPIA VERDE


di Max Strata


Nel 2016, Margrete Auken, politica danese e già ministra dell'ambiente del suo Paese, ha scritto un testo per il World Economic Forum intitolato "Benvenuti nel 2030".

Il brano, divenuto famoso, descrive un mondo iper tecnologico in cui i problemi ambientali sono stati risolti e in cui motto dei cittadini è: "non possiedo nulla, non ho privacy e la vita non è mai stata migliore."

Si tratta di un futuro in cui un algoritmo sceglie per ciascuno di noi ciò che è meglio, "senza alcuna fatica" e in cui la digitalizzazione dell'esistenza facilita l'accesso alla casa, al cibo e ai trasporti (che sono gratuiti). In questa società che apparentemente rasenta la perfezione, tutto è progettato per la durabilità, la riparabilità, la riciclabilità e nelle città ci sono piante e alberi ovunque. Insomma, una specie di paradiso terrestre dove l'intelligenza artificiale e i robot ci hanno sostituito in gran parte del lavoro e in questo modo hanno "liberato" ampie porzioni di tempo per "mangiare bene, dormire bene e stare in compagnia di altre persone". Unico inconveniente, per l'appunto, la totale perdita della privacy, perché qualunque cosa si faccia, si pensi o si sogni, questa viene registrata e fornita al sistema di comando, rendendo di fatto superflue le nostre libertà civili e politiche.

Dulcis in fundo, il testo dedica qualche riga a coloro che non hanno accettato questo nuovo modello sociale e che ora vivono emarginati fuori città; "in case vuote e abbandonate di piccoli villaggi del XIX secolo".

Perché dare importanza a questa narrazione? Per almeno due motivi.

Per primo perché pubblicata dal Forum, un soggetto decisamente rilevante per tutti i processi legati all'economia globale, per secondo, perché effettivamente perseguita da una linea di pensiero scientista e meccanicista sempre più in voga nei salotti dei tecnocrati e dentro le fila dei governi nazionali che si adoperano per dare una svolta "verde" alle economie neoliberiste.

Il concetto è chiaro, assimilare dentro un ottica tecnologica sempre più totalizzante, le possibili soluzioni "al grande male del nostro tempo": la crisi ecologica mondiale. L'intenzione, più o meno esplicita, è infatti quella di costruire un nuovo patto sociale in cui l'establishment si impegna a traghettare l'umanità, o meglio una parte di essa, verso lidi più sicuri, in cambio di una drastica riduzione dei diritti, di un controllo sempre più serrato e, di conseguenza, con una maggiore mano libera nei confronti di chi intenda ostacolare questo percorso.

Il testo della Auken rimanda in qualche modo ai contenuti di "Brave new world", il noto romanzo di Aldous Huxley, in cui in una società dove vige il motto "Comunità, Identità, Stabilità", gli esseri umani sono finalmente liberi da preoccupazioni e vivono dentro una bolla tecnologicamente avanzata, permanentemente felice. Una condizione ideale ottenuta però sacrificando tutto ciò che generalmente consideriamo importante: l'amore, la famiglia, l'arte, la religione, la letteratura, la diversità culturale, la filosofia e perfino la scienza.

Una distopia quindi, ovvero un'utopia alla rovescia, dove la realtà, per essere accettabile, deve essere costantemente manipolata e dove in nome di una presunta sicurezza, le ambizioni intellettuali e sentimentali sono inibite, dove la libertà di scelta e di espressione sono costantemente represse.

Vorrei che fosse chiaro che il pensiero della Auken e i propositi di chi agisce in questa direzione, non solo rappresentano una drammatica deriva autoritaria nell'affrontare i temi ambientali ma che l'unica finalità di questo percorso è quella di fare in modo che il potere resti saldamente nelle solite mani, anzi, che queste possano trattenerlo in modo ancora più forte risultando però più credibili e più caritatevoli.

La fascinazione di mondo "smart" per cui in concreto si stanno muovendo ingenti capitali pubblici e privati, può attrarre i più ingenui ma non inganna i più attenti, né coloro che da decenni si battono per la tutela della natura, per la difesa dei diritti delle minoranze, per la giustizia climatica e per una società inclusiva, in cui l'essere umano -consapevole- è parte degli ecosistemi senza comprometterli.

Gli umanoidi di un futuro "verde", asettico, assolutista e centralizzato, rappresentano l'antitesi di una umanità che aspira a riconciliarsi con la natura attraverso il senso di responsabilità, il rispetto verso gli esseri senzienti, la solidarietà, la compassione, l'equità, la sobrietà, il decentramento e l'autodeterminazione. Va detto con forza che i contenuti dell'ecologia profonda e dell'ecologia sociale, rappresentano una solida base concettuale per fare fronte a questa falsa onda "green", fatta solo di interessi industriali e commerciali, di propaganda e di oscurantismo della peggior specie.

Assistere immobili a questo tentativo di apparente innovazione in cui si nasconde una feroce conservazione dei privilegi, è il più grave errore che si possa fare, come è grave lasciare in mano ai gruppi oltranzisti e alle loro tesi negazioniste sul cambiamento climatico, la contestazione di questo processo.

Occorre pertanto denunciare i reali obiettivi di questa presunta spinta riformatrice per dare una risposta dal basso alle enormi criticità ecologiche e sociali che caratterizzano l'attuale sistema di potere, la sua pervasività e le sue pratiche distruttive.