Fino alla fine del pesce



di Max Strata


Ti piace il pesce? Allora non mangiarlo più!

Una provocazione e una verità al tempo stesso, perché di pesce c'è n'è sempre meno e di questo passo le riserve naturali si ridurranno sempre di più.

Recentemente lo ha ben spiegato uno straordinario documentario inglese dal titolo SEASPIRACY, che ha messo a nudo l'assoluta insostenibilità della pesca industriale che non solo causa lo svuotamento degli oceani ma provoca un gigantesco inquinamento causato dall'abbandono di cassette, reti, funi e molto altro che viene gettato in mare dai pescherecci e dalle cosiddette navi officina. Una quantità enorme di materiale non degradabile, tale da costituire la prima fonte di plastica in mare. Del resto, è noto da tempo che la pesca intensiva ha un impatto traumatico sugli ecosistemi d'acqua dolce e salata. Già nel 2012, il Comitato tecnico, scientifico ed economico della pesca europea, aveva evidenziato come nei mari del vecchio continente, il 95% degli stock ittici risultavano sovra sfruttati con alcune specie pregiate sull'orlo dell'estinzione: oggi, se possibile, la situazione è ulteriormente peggiorata. Sulla costa dell'Africa occidentale, alcuni stati hanno dovuto avviare battaglie legali internazionali e ingaggiare gli equipaggi specializzati e le moderne imbarcazioni dell'associazione ambientalista SEA SHEPHERD, per cercare di fermare i bracconieri del mare: i feroci predoni di varie nazionalità che nottetempo fanno razzia dei grandi banchi di pesce che nuotano vicino al continente.



Ma i problemi riguardano anche il pesce d'allevamento che ormai rappresenta circa la metà del totale posto in vendita in Europa. Con che cosa vengono nutriti questi animali? Con altri pesci ovviamente, pescati in mare e ridotti in polvere e olio. Inoltre, gli allevamenti necessitano di grandi quantità di antibiotici perché le infezioni sono molto comuni e la concentrazione degli individui è tale da rilasciare imponenti quantitativi di deiezioni (i salmoni d'allevamento scozzesi inquinano quanto tutta la popolazione di quel Paese).

Un disastro insomma, ulteriormente peggiorato dalla presenza di sostanze tossiche identificate nelle carni dei pesci di tutto il mondo: composti di polibromo, bisfenolo A., ritardanti di fiamma (P.B.D.E. ), P.C.B., mercurio, con il contributo del tributilstagno che è causa dell'imposex, ovvero la capacità di far nascere caratteri sessuali maschili (pene, vaso deferente e ghiandola prostatica) negli esemplari femmina. E' un fatto che la contaminazione ambientale e quella alimentare sono strettamente collegate tra loro, poiché qualsiasi sostanza dispersa nell'ecosistema non può esimersi dall'entrare nella catena trofica.

Da non dimenticare gli effetti nefasti della maggiore concentrazione di CO2 in atmosfera che assorbita dall'acqua si trasforma in acido carbonico. L'acidificazione degli oceani è infatti un processo in rapida accelerazione che a sua volta influisce su tutti gli organismi marini la cui esistenza è legata alla fissazione del carbonato di calcio.

Da questa crisi senza precedenti emerge con chiarezza il fatto che il mare ha dei limiti nel sostenere la vita. I "deserti oceanici", ovvero le aree dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere, hanno oggi un'estensione di oltre 250 mila Km quadrati e ogni anno aumentano sempre di più mentre solo il 2% dei mari del mondo risulta formalmente (ma non concretamente) protetto.

In conclusione, nonostante in mare ci siano più imbarcazioni particolarmente agguerrite, la cattura di pesce selvatico si è fermata ai livelli di trent'anni fa (circa 90 milioni di tonnellate all'anno) e tende costantemente a diminuire.



Si dirà che non è possibile impedire o ridurre in modo significativo la pesca industriale: troppi interessi, troppi posti di lavoro in gioco. Ma chi agisce senza prospettiva è cieco ed è causa del proprio male, oltre che di una distruzione senza precedenti.

Che fare dunque? Lasciare in pace gli oceani.