Homo Viator - Indocina: da Ayutthaya ad Angkor.


di Alex Balloni


Arrivati in Thailandia, non si può non rimanere attratti dalla magnetica e scintillante megalopoli di Bangkok, una città che racchiude un mondo ricco di vita, che riempie tutti i sensi e che esprime nella sua ordinata confusione angoli irresistibili.

Motivati dalla curiosità dei viaggiatori seriali, decidemmo di dedicare il nostro itinerario a due grandi siti archeologici che rappresentano la storia dell'Indocina e che sono divisi dall'inquietante frontiera con la Cambogia.

Ci sono circa 400 km, tra i due luoghi che hanno segnato questa storia: l'antica capitale del Siam Ayutthaya e l'antica capitale Khmer, Angkor.

Tra il 1300 e il 1700 a 70 km a nord dell'odierna Bangkok, in un isola al centro della confluenza tra tre fiumi, è esistita una città cosmopolita composta da abitanti di origine Thai, Khmer, Mon, Cinesi,Malesi e Indiani che diede vita al Regno del Siam.

Non esiste niente di più suggestivo per un occidentale che fermarsi lungo le sponde del fiume ed osservare Ayutthaya circondata e protetta dalle acque che si incontrano in quell'area.

Con i suoi templi, le sue pagode che svettano tra i sinuosi tetti rossi e verdi ornati da sculture dorate, circondati da maestose palme piegate dal vento e da banani che riflettono un verde straordinariamente intenso, l'antica capitale del Siam mostra ancora quella che fu la grandezza e l'importanza di questo regno, caduto nella seconda metà del 1700 a causa dell'invasione dei Birmani che ne saccheggiarono anche la testimonianza culturale e storica. Quel che resta della città originaria (successivamente ricostruita nell'isola centrale di Bangkok), mantiene un grandioso fascino archeologico. Il contrasto cromatico tra la terra battuta, i suoi edifici e la vegetazione che la circonda, le pagode e le statue di migliaia di Buddha vestiti con drappi gialli che ti osservano mentre cammini, le tre grandiose pagode centrali proiettate al cielo con una magnificenza e una grazia sublime, suggeriscono che in realtà il tempo si sia semplicemente fermato e che ciò che rese importante questo posto, possa ripartire in qualsiasi momento.

Camminare per Ayutthaya non è mai abbastanza: mentre le scimmie ci giravano intorno in cerca di cibo e i pappagalli volavano da un albero all'altro, tutto rendeva l'atmosfera tranquilla e intensa, come il grande albero di ficus che con le sue radici contiene una testa del Buddha, proteggendo l'immagine sacra.


Quando affrontammo la frontiera tra la Thailandia e la Cambogia, sotto il diluvio di una tempesta tropicale, passando tra uffici governativi, mance e corruttele varie, in un contesto da girone dantesco, con persone che trainavano, a piedi, in bici, in scooter, carichi umanamente improponibili, ecco si manifestò l'altro volto della regione.

Tra i controlli della polizia che con i bastoni minacciava i trasportatori intimandogli di fermarsi o viceversa di passare rapidamente, noi, con una infinita serie di documenti da firmare e timbrare, con il cambio da fare e con le autorità che urlavano parole incomprensibili, solo grazie ad una certa esperienza riuscimmo a superare il blocco relativamente in fretta.

Un taxi giallo ci caricò e ci condusse a Siem Reap, una città ricca di movida, con molti locali, negozi e attività legate al turismo. La nostra sistemazione nella giungla era molto gradevole, e avevamo a disposizione un risciò curato nei dettagli e guidato da un ragazzo attento e gentile. Dal giorno successivo e per tre giorni di seguito, ci aspettava un sito archeologico tra i più affascinanti della terra, Angkor.

Fondata nel nono secolo dopo Cristo e complessivamente estesa per ben 400 km quadrati, la città divenne già dall'undicesimo secolo la più grande di quel periodo storico.

Una città di pietra che raggiunse il suo apice e che, una volta abbandonata, fu inghiottita dalla foresta per essere "scoperta" dagli olandesi non prima di cinque secoli più tardi.


Le incredibili costruzioni di pietra, rimasero però sommerse dalla vegetazione fino al diciannovesimo secolo e benché se ne conoscessero le forme e i significati, nessuno pareva in grado di riferire con certezza sulla sua storia. Il grande complesso archeologico venne definitivamente alla luce durante il dominio francese e dal quel momento, Angkor si è rivelata rivelata come la grande capitale dei Khmer.

Superato l'ingresso principale, già il primo edificio lascia senza fiato. Circondato da un lago pieno di fiori di loto a cui si accede attraverso dei ponti costruiti simmetricamente, al suo interno vi sono stanze con Buddha dorati, ripide scalinate, immagini scolpite nella roccia e monaci in preghiera che si incrociano durante il percorso.


Anche nei giorni successivi visitammo decine di questi edifici ma dalla mappa che avevamo con noi ci accorgemmo di aver visitato solo una piccola porzione del gigantesco sito. Ricordo l'edificio denominato Bayon con tutta una serie di volti in pietra che pare ti osservino ovunque ti trovi, e poi blocchi enormi montati ad incastro, strutture a due e a tre piani che tuttavia non riescono a superare l'altezza degli alberi, e ancora elefanti, scimmie, uccelli e rettili che abitano le antiche costruzioni e le innumerevoli radici invasive che abbracciano la città.

Ad Angkor, si manifesta una sintonia tra l'archeologia e l'ambiente naturale che non ha eguali sul pianeta: sentieri che conducono in cunicoli che poi si aprono in piazze, scalinate che montano ripide verso i santuari, che scendono tra dedali di viuzze e imponenti raffigurazioni di guerrieri e di regnanti. Non a caso, questo luogo misterioso e intrigante compare in Apocalypse Now, il capolavoro di Francis Ford Coppola, che qui ha girato le scene finali del film. Impossibili da liquidare con superficialità anche per il turista consumatore, le suggestioni provocate da quello che resta dell'antica città, restano un qualcosa di unico e di indelebile nella memoria.



Alex Balloni è un "viaggiatore seriale".

Da trent'anni, con i suoi scatti raccoglie il giro per il mondo l'essenza dei luoghi e delle persone traendone singolari racconti per immagini (e parole)