Veleno

di Max Strata



Benvenuti nel tragico mondo del Covid 19, il diavolo, probabilmente, ha scritto un importante giornalista di un importante quotidiano. Piuttosto che il diavolo credo sia utile chiamare in causa la natura perché i virus (da latino VELENO) fanno parte della natura, da essa sono prodotti e con essa se ne vanno in giro per il mondo. Si tratta di microrganismi acellulari con caratteristiche di parassita obbligato che si replicano esclusivamente dentro le cellule di altri organismi infettando tutte le forme di vita. I virioni (le particelle virali mature) sono talmente piccoli che in media sono un centesimo di un batterio (siamo nell'ordine di poche decine di miliardesimi di metro). Nella storia dell'evoluzione la loro origine non è chiara e ci si divide sul fatto se considerali o meno una forma di vita perché pur essendo possessori di materiale genetico sono privi di struttura cellulare e metabolismo. Questi temibili "frutti velenosi" della natura (ma molti sono sostanzialmente innocui) si trovano ovunque e nei mari e la loro biomassa è maggiore sia di quella del plancton che dei batteri. Inoltre dobbiamo considerare che il nostro stesso genoma è letteralmente pieno di retrovirus e questa è una cosa che deve farci riflettere sulla loro essenza. Ancora una volta e in questo caso attraverso questi minuscoli organismi, la natura è tutta intorno a noi e dentro di noi, a volte "benigna" a volte "maligna", o almeno così crediamo. Il punto è che verosimilmente la natura non è né buona né cattiva ma semplicemente indifferente alla nostra esistenza e più in generale ad ogni forma di vita e questo è ciò che più ci sconvolge. Se razionalmente accettiamo questo fatto vedremo allora un continuo ciclo di creazione e distruzione apparentemente fine a se stesso o più propriamente senza alcun fine se non quello di provocare, nel nostro caso, un effimero piacere dentro ad un costante dolore. Così la vedeva, tra gli altri, il nostro più grande poeta che ora, in questo momento difficile, vale la pena rileggere e ricordare per riflettere sui nostri limiti e sulla nostra presunta onnipotenza. Nella difficoltà (e nella solitudine) abbiamo l'opportunità di pensare meglio a ciò che riteniamo di essere, a ciò che siamo e a ciò che potremmo essere, se ricollocassimo la nostra esistenza su una scala diversa, fatta di comprensione della realtà e non di illusione. Questo non significa non difendersi dal dolore e dalla morte (ogni essere vivente agisce per rimanere in vita) ma riconsiderare la percezione di noi stessi, smontare l'idea della linearità che domina il nostro mondo, del vertice da raggiungere a tutti i costi, per riscoprire la circolarità dei processi naturali, il magnifico rigenerarsi della materia e la nostra straordinaria capacità di comprenderla, almeno fino ad un certo punto.

Forse in questo modo potremmo trovare una nuova collocazione nello spazio e nel tempo che ci è dato vivere, perché accettare la nostra condizione con i suoi misteri e la sua precarietà potrebbe ridestare in noi un'autentica meraviglia e un disinteressato amore per tutto ciò che è vita, anche se breve, anche se fragile: una qualche forma di consapevole e sublime saggezza che ci permetta di scorrere ad occhi aperti nel tumultuoso e incessante flusso di cui facciamo parte. Questa è una straordinaria occasione. La sapremo cogliere?